CAPITOLO 1 - Una missione facile facile
Giorni di liete libagioni erano trascorsi dalla presa di Rocca Malpresa.
Le canaglie poltrivano ma lo Duca-Conte PierMatteo Barambani Ettore Cobram II fremeva per riparare e tirare a lucido la Rocca e soprattutto il covo nascosto nei sotterranei.
Voleva allestire laboratori di falsificazione, una forgia e la distilleria per rilanciare tutti i loschi traffici di una ghenga per bene, e per farlo aveva in mente una persona in particolare.
Ma la situazione della banda non era florida.
Voleva allestire laboratori di falsificazione, una forgia e la distilleria per rilanciare tutti i loschi traffici di una ghenga per bene, e per farlo aveva in mente una persona in particolare.
Ma la situazione della banda non era florida.
Pietro Pietri detto Pìlloro era stato inviato a cercare nuovi valenti Fratelli di Taglia ma s'era dato alla macchia, piuttosto che consumar lo matrimonio con la santa donna Comare Inese.
Ganassa era sparita. Si vociferava in fuga da un cacciatore di EquiTaglia.
Convocò Comare Inese e Pacioso al maniero, presentando loro due nuovi aspiranti membri della favolosa cricca di Roccasecca:
il Dott.Pio Magnaguai, un inquietante gobbo dagli strani poteri, e un uomo che era forse più tarchiato che alto, quasi nano, dal torace come un barile. Tale Gerundo, la cui parlata lasciava chiaramente capire l'origine galaverniana
Nonostante l'aspetto il Gerundo si diceva non solo esperto bottaio ma anche nell'arte di menare.
Quei due relitti umani erano gli unici due trovati dal Pìlloro nella sua missione.
Dopo lo sconcerto nell'apprender di tali nuovi Fratelli di Taglia, la banda ascoltò lo favellar del Duca-Conte e la noiosa spiegazione della nuova importante missione.
Dovevano ritrovare Ugo da Volturnia, espertissimo falsario e artigiano e progettista che avrebbe reso perfetto il loro covo.
L'uomo, già al soldo del Duca-Conte, era stato l'unico al corrente del suo piano di fingersi morto, ed era fuggito prima che la Rocca cadesse preda dei banditi.
Si sospettava avesse trovato asilo nel cupo borgo di Novi Lugubre, dove aveva un contatto: tal Bragallo Senzaterra.
Riportare il Volturniese era quindi imperativo per uno florido rifiorir dei traffici della banda.
Come ultimo avviso, il nobile(?) padrone chiese un piccolo lavoretto complementare: ritrovare o aver notizie dello Mostro di Roccasecca, la povera creatura deforme dallo scarso intelletto fuggita nell'assedio di riconquista del maniero. Per quanto scomodo era pur sempre un parente del ceppo dei Barambani-Cobram.
Le quattro canaglie approfittaron degli agi del maniero e gozzovigliarono (quasi solo il Gerundo, invero) a sbafo, e dopo una notte difficile per lo russar di naso e di deretano del grezzo bottaio, all'alba caricarono il prode mulo Juanin coi loro miseri averi e partirono per l'insidiosa Novi Lugubre.
Attraversarono i sobborghi di Roccasecca tra le occhiatacce e il mormorar del popolino che adocchiava la strana combriccola, soprattutto il gobbo, creatura temuta et disprezzata allo equal modo.
La strada fangosa si dipanava nei campi, in una tiepida giornata di fine estate, e i quattro discorrevano e dissertavano rinsaldando la loro conoscenza e fratellanza, anche fosse a suon di insulti e disprezzo.
La prima tappa era il Ponte della Masca, che oltrepassava corso d'acqua facente confine tra il feudo di Acque Marce e quello di Viavada e Novi Lugubre, e certamente avrebbe comportato dazi e fastidi.
All'imbrunir ancora il ponte non si vedeva, ma la tenue luce di lanterne illuminava la facciata scrostata di una locanda.
La taverna "A un tiro di Sputo"
Lo stanco gruppo di viandanti mise Juanin nella stalla ed entrò per trovar ristoro e riparo.
Un duro contrattar portò ad una vantaggiosa cena, e la traccia era giusta perchè la cameriera ricordava che Ugo era trasito da li.
La libagione non era malaccio, e la compagnia neppure visto che un chiassoso gruppo di canaglie stava giocando a Minchiate, popolar gioco d'azzardo conosciuto e diffuso in tutte le sue varianti nel Regno di Taglia.
Anche due dei nostri si uniron ben presto alla tenzone.
Ma dove c'è azzardo c'è rischio.
E dove c'è rischio ci sono guai.
E Pacioso, barando a più non posso, vinse qualche mano senza destar sospetti, ma altrettanto non fece uno degli avversari, un barbuto butterato dall'alito di pollo marcio che fu sorpreso proprio dal Pacioso a sostituir le carte.
Volò il tavolo, come fosse tovaglia.
E volaron improperi a condir la rissa esplosa come bocconata di grappa spruzzata sullo foco.
Volaron brodaglie e ciotole, manrovesci e minacce.
Comare Inese brandì una cadrega come arma ancestrale, mentre Gerundo, per quanto basso era piantato a terra come robusta quercia e mulinava schiaffoni a destra e mancina.
Pacioso slacciò le brache ad un marrano facendolo incespicare, mentre il Dottor Pio sbucava da sotto uno tavolo a colpir lo stolto.
Quando con terrificanti bestemmie l'Oste, che prese a lanciar salami come temibili quadrelli, tentò di porre fine alla guerriglia, il baro e i suoi soci erano già a terra, uno persin defenestrato.
Pacioso slacciò le brache ad un marrano facendolo incespicare, mentre il Dottor Pio sbucava da sotto uno tavolo a colpir lo stolto.
Quando con terrificanti bestemmie l'Oste, che prese a lanciar salami come temibili quadrelli, tentò di porre fine alla guerriglia, il baro e i suoi soci erano già a terra, uno persin defenestrato.
Come era uso in tutto il regno, gli sconfitti pagaron pure i danni, e il gruppo guadagnò un lor cimelio.
Niente di meglio che un po' di movimento per andar tra le braccia di morfeo e ripartir riposati e lividi il giorno dopo.
Al mattin ripartirono, non dopo aver preso altre informazioni sul Ponte su Novi Lugubre dall'Oste, incassando anche il suo benaugurio a San Culone.
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