venerdì 15 novembre 2024

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (9)

CAPITOLO 9 - Trekking col morto


Esausti et malconci (e sazi) dallo scontro del pomeriggio con la polenta animata, una volta lasciato abbastanza terreno tra le lor malefatte e le mura di Novi Lugubre, le canaglie individuarono uno spiazzo tra gli alberi, a margine del sentiero verso il Bosco Morendo, e si accamparono a tirar lo fiato.
Ferrei turni di guardia furon organizzati, durante i quali Pacioso impedì a impertinenti formiche di far incetta dei cadaveri.
Il Dottor Pio, nel cuor della notte, si avvide che qualcosa si aggirava nella selva attorno al campo, e ferreamente avvisò poi il guardiano successivo: Gerundo.
L'ultimo turno fu di Gerundo, che un po' meno ferreo ne apprifittò per russar tra le frasche, dopo aver sistemato come grottesco guardiano l'emaciato vecchietto compagno di bara del Bragallo, a cui neppur si erano degnati di dar un nome.
Non fu lui a svegliar la compagnia al mattino, ma il sole che lottava per bucare la bruma nebbiosa e illuminar qualcosa.
Con disappunto scopriron la poca affidabilità del Gerundo, e anche che il cadavere era ancora più smunto, consumato, come fosse stato prosciugato d'ogni stilla di sangue.
Foionchi, senza dubbio alcuno.
Per fortuna accanitisi contro l'inerme defunto e non con i dormienti Fratelli di Taglia.

La marcia proseguì, ostica et difficultosa per le frasche e la vegetazion selvaggia, si che il pur forzuto Gerundo facea fatica nel portar la bara.
Poi gli alberi si fecer più radi e spelacchiati, il terreno più molle, muschioso e melmoso, digradando in paludoso panorama, corrotto dalla presenza della befana sicuramente.
Arrivaron presso un corso d'acqua verde e coperta di foglie, ramaglie, alghe, immobile, stagnante e insondabile.
Per fortuna v'era antico tronco caduto a guisa di ponte, ma il Dottor lo valutò oltre che insidiosamente scivoloso, anche marcescente e poco adatto a sopportar lo peso del Gerundo insieme alla bara piena.
Nel dubbio, l'uomo si accostò allo specchio di fanga e ivi fece cader la bara, per usarla come carontica imbarcazion verso l'ignota sponda.
Allo tonfo acqueo però fece risposta altro tonfo sciaguattante, più lontano, di una misteriosa creatura che, capiron presto, fu attirata dal movimento nella mota.
Lesto di spirito e d'iniziativa, Gerundo afferrò il macilento impiccato e lo gettò lontano.
In risposta, una orrenda Marroca, bestia vermiforme simile a verme bavoso e lumaca, dalla temibile bava acida, emerse ad avvinghiar la preda e consumarla.
Sgomenti e inermi, si fecer governar dalla fretta e preser ad attraversar il tronco-ponte a rischio di blisdar e ruzzolar nella sgradevole acqua.
"Quando si è nella bratta e nelle difficoltade, gli amici se dividono il peso"
Pensando a queste sagge parole, forse prendendole troppo alla lettera, Gerundo si improvvisò macellaio, e venuto meno il rispetto ai defunti fece a pezzi il Bragallo dispensando arti ai compagni.
"Separa l'arto e mettilo da parte" pensò.
Poi gettata la bara sanguinolenta ad attirar attenzione dell'enorme Marroca, alleggerito del fardello, anche lui prese la via dell'infido tronco.

Il felin Pacioso scapicollò troppo confidente nei suoi artigli e finì a bagno.
Ahi che disdetta! Proprio lui che portava la Testa, e senza Testa un morto come potea parlar?
I gatti aman poco l'acqua, e ancor meno quella marcia e infestata da marroche, e tal fu il salto su per l'aspra parete friabile che il gatto lupesco parve quasi rimbalzare.
Nonostante questo, non fu sufficiente per raggiunger il bordo e soltanto i compagni che gli teser una mano, anzi due mani, anzi le due intere braccia tese e mozzate del pover Bragallo Senzaterra, riuscirono a issarlo e a portar via i maroni da quella situazione.
Anche da morti a volte si era utili:
Un'ultima utile lezione del defunto lestofante.

Si allontanaron in fretta, a pezzi e con i pezzi del muto compagno di viaggio da interogare, tra le bestemmie del Gerundo che prendeva in rassegna l'intero Calendario e che si domandava come diavolacci capitava che le streghe finivan sempre per domiciliar in posti così di merda. 

Si addentraron in quella zona del bosco marcescente e inospitale, finchè il flebile sentiero, circondato ora di rovi e piante rinsecchite, si divise in mille direzioni, come un dedalo alienante.
Lo Gobbo fiutò la fandonia: era illusione.
Già non eran fenomeni nell'esplorar terre selvagge, figurarsi poi se stregate e disorientanti.
La sorte fu dalla loro quando si avvider di iscrizioni runiche in steli di pietra, che propagavan quella illusione.
Estinte le rune, il percorso restò merdoso ma almen più chiaro, e ancora e ancora si ripetè l'espediente fino a lasciar quell'ispido labirinto.

Giunser finalmente in radura alquanto singolare, con formazioni di pietra a ricordar costole gargantuesche, e una capanna fatta a teschio.
Due scheletri fecer sobbalzar il gruppo, quando muovendosi animati da empie energie, invitaron, a mo di novelli maggiordomi, i nuovi arrivati ad avvicinarsi all'uscio.
L'orrenda capanna teschio era buia e puzzolente.
Una vecchia megera, dalla pelle incartapecorita come i vecchi tomi su San Matuso, sedeva con le secche gambette incrociate tenendo in grembo una arcana sfera pulsante d'energia oscura.
Una mano alla fronte, pensosa, enunciò perchè eran venuti li, sfoggiando le incredibili doti divinatorie sue e dell'oggetto: era un palantìro dunque?
O non era granchè come divinatrice, o lo palantìro era una sòla perchè tra l'imbarazzo generale, fallì almeno due-tre volte nel suo tronfio enunciar i motivi della lor visita.

Scocciata, la potente strega gettò in un angolo il Palantìro maledicendo un non precisato "volturiese" che gliel'aveva appioppato. Irritata diede sfogo alla sua vocetta raschiante:
"beh, su, tagliam corto, perchè minchia siete qui dunque??"
Sperando che come strega fosse meglio che come indovina, spiegaron la necessità di far parlar lo morto
E si sa che di necessità bisogna far virtù, quindi accettaron le condizioni di Squinternia:
Avrebber cacciato un temuto Bavalischio, creatura pericolosissima, per procurar la carne atta alla sua ricetta succulenta, tratta da un vetusto e rovinato libro di cucina che la vegliarda esibì con maggior orgoglio che quello per il palantìro tarocco.
Per aiutarli in cotal impresa, diede loro alcune mestolate di una orrenda zuppa di occhi di rospo nero, che rinvigorì membra e menti, facendoli sentire come riposati e freschi.
La caccia cominciava...

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