giovedì 12 dicembre 2024

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (16)

CAPITOLO 16 - Tutto è bene ciò che finisce male

Dopo una notte di bagordi, visto che lo finto banchetto nuzial andava comunque consumato, per la Compagnia era tempo di decisioni.
Quella missione, dal principio semplice, li avea condotti lungo un percorso inaspettato e ricchezze e petecchioni ora plagiavan la loro bussola iniziale.
Con un borgo da ricostruire e far proprio, che gl'importava di quel vecchio bacucco del Duca-Conte di Rocca Malpresa?
La compagnia ordunque si sciolse, Pacioso e il Dottor Pio avrebber condotto Ugo al cospetto del Duca-Conte, mentre Gerundo e Inese scelser di restar in quei feudi e prosperare.
L'ultimo tratto di cammin insieme fu condotto fino a Treccastagne, dove da li in poi il terzetto insieme al fido e mai domo mulo Juanin, avrebber proseguito il solitudine e mestizia.

Giunti nei pressi del borgo devastato notaron che qualche esule era tornato e qualcun stava provando a rimetter a posto le cose rimettendo in moto la laboriosità tipica dei testardi abitanti.
Un vecchietto storto e piegato come una falce, stava finendo di apporre il nuovo cartello all'ingresso dell'abitato: Duccastagni
Lo sguardo corse alla piazza central del paese, dove dei tre caratteristici castagni n'eran rimasti solo due.
Quel che restava del terzo era già divenuto tavole e legname d'utilizzo.
Il mulo Juanin raglìò peggio d'un asino, come parodia di beffarda risata equina, quasi avesse compreso pur lui le implicazioni di ciò. 
Il lor papiro di pretesa su Treccastagni era, al momento, carta straccia da pulir deretani.
Gerundo per poco non si strozzò, poi prese a minacciar a destra e a manca per tornar al nome originale, ma fu Inese a far ragionare i villici, ricordando lor che il Barone voleva finanziar la ricostruzione, e conveniva quindi chiamarsi TRECcastagni.

Con Gerundo e Inese al borgo a sovrintender e far da padroni, il resto del gruppo proseguì, superò Guado Schifia, e riprese la via per Rocca Malpresa, sempre guardinghi e attenti.
C'eran bande di sbandati e disertori dell'assedio in giro, e soprattutto quel dannato Illusitano dalla parlata straniera. Era ben star in campana.

Al secondo giorno di viaggio, vicino al un crocevia segnato da ruderi di due o tre vecchie cascine, i timori si rivelaron fondati.
Eccolo la, col suo spadon d'acciaio pien di tacche, sinistro e cupo come l'ingiunzion d'una tassa.
Mormorò tetro la sua frase d'ordinanza.
"Mi nombre es Inigo Montoya, tu mataste mi padre e vos otros me inculaste con la fandonia...preparateve a morir!"
Ugo, con presenza di spirito, obiettò che lui era solo e lor eran ben in tre, anzi quattro con lo coriaceo quadrupede.
"Solo? ooooh..nooo.. non da solo! Ehehehehe"
Uno sbuffo di zolfo e la figura di Squinternia comparve allo suo fianco, evocando poi dal terreno i miseri resti di Ulna e Omero, suoi scheletrici chittemmorti servitori.
Anche lei non avea dimenticato lo sgarro. E il fatto che non si eran presi la briga di spaccar in testa il palantìro al fetente volturniese una volta trovato, come promesso.
Li aveva trovati però grazie all'intruglio che gli aveva fatto ber a suo tempore.

Il Dottor Pio intuì che per fortuna non era Squinternia in carne(poca) e ossa, ma una sua proiezione illusoria. 
Ma la megera stava ora benedicendo e proteggendo Inigo, e gli scheletri quelli si eran veri.
Senza i lor compagni era veramente difficile salvar la pelle stavolta.
Il Dottor Pio evocò un diavolo di polvere che confuse gli assalitori dal loro incedere, e poi alzò un polverone accecante.

Strategia perfetta per attaccar di sorpresa. 
Inigo si mise in parata.

Niun attacco giunse, perchè la miglior difesa est la fuga.
E i tre già sfrecciavan tra le campagne, strinando il povero mulo, troppo vecchio per quelle cose.
Juanin scalciò Pacioso per deviar bizzoso e cambiar strada.
Fu un momento straziante.
Lasciar fuggir l'amata bestia, o tentarne il recupero venendo raggiunti?
Era pur sempre un gramo mulo, et la vita est solo una.
Vinse la prima ipotesi.
Scapicollaron fino a stremarsi, seminando i terribili vendicatori.
Il resto del viaggio proseguì cupo, nel timore d'esser trovati e nel pensiero del buon Juanin.
Giunser infin nell'ameno ma familiare Roccasecca di Rocca Malpresa.

La missione era compiuta.

Ugo da Volturnia ricongiunto al buon padron Duca-Conte Piermatteo Barambani Cobram III, come nelle fabule at lieto fine.
I due si strinser in fraterno abbraccio.
Poi Ugo sussultò. Boccheggiò. Si accasciò.
Allo fianco, il pugnal del Duca-Conte, che lo accusava d'aver occultato tutto lo tesoro della Rocca.
Ugo negò, ma ogni torsion dell'arma era un tripudio di dolor e tortura.
Pacioso perse la pazienza aggrappandosi anche lui al pugnal per infierire contro quel Volturniese inaffidabile e traditor.
L'uomo confessò:
Pria dell'arrivo dei Banditi a Roccasecca, per metter al sicuro il tesoro, fuse tutto l'oro, facendone una gigantesca mazza poi coperta de latta e ferraccio.
Un'arma siffattamente pesante da poter esser brandita sol dal deforme Mostro di Roccasecca.
E che niun di sano intelletto avrebbe mai provato a sottrarla.
Un posto sicurissimo et affidabile.
Talmente affidabile che il gigante era scomparso.
E con lui once ed once d'aureo minerale.
Lo Duca-Conte era paonazzo d'ira.
E voi che state ascoltando codesta storia, capirete or ora che lo spoiler fin da principio era nel titolo.
Maledetto Ugo da Volturnia!
Chissà dove sarà la mazza... ma questa è un'altra storia, che questa è giunta alla sua fin, soprattutto per il povero Ugo.

L'ultimo pensier torna a Treccastagni, ove un mulo fradicio e smagrito, torna alla chetichella nello borgo. Trovato da Gerundo e Inese, che vedendolo solo soletto, vedon in lui una speranza: quella di dover divider ogni bottino in due, e non in quattro.
Maledette Canaglie.

Fine.



CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (15)

CAPITOLO 15 - Nozze Rosse scansatevi proprio


Mancava poco al terminar della tregua, e l'arrivo delle canaglie all'accampamento degli assedianti con Brigilda al seguito fu accolto con stupore et meraviglia.
Sembravan del cialtroni, eppur l'avevan sottratta a quel truce mercenario.
Il Barone fu rassicurato sulla di lei virtù intatta da Inese, e dispose lo smantellamento dello campo d'assedio e il matrimonio al tramonto del dì successivo.

Sbrigate le formalità e sottratti ancora altri petecchioni con i più meschini raggiri al Barone soddisfatto e ignaro, fecer rotta verso le mura per riconsegnar la figliola ribelle e spiegare il vero piano, nonchè per scucire anche qui benefici, pecunia e promesse, tra cui l'impegno a finanziare la ricostruzione di Treccastagni e l'assegnazione di nuovi nomi e un finto grado nobiliare per passar da Vassalli del Barone, e gabbar i sempre troppo poco maledetti Cacciatori di EquiTaglia.

La serata trascorse all'Osteria del Gallo Ciecato, gestita da una molesta alaziese chiamata Sora Neta e qui, insperatamente, Gerundo trovò notizie della donnona che alla giostra dei poveri avea fatto da cavalcatura per il cavaliere, e gli era rimasta nel cuore: Alfea era la figlia di Sora Neta!
Gerundo convinse l'ostessa a interceder per far venire alle nozze la robusta ragazzona con lui.

Era quasi il tramonto del giorno successivo e tutto era pronto per lo sposalizio fittizio.
Lo stato d'allerta cessato.
I pesanti portoni riaperti ad accoglier gli ex nemici.
I nostri eroi agghindati pacchianamente con nuove vesti nobiliari di dubbio gusto prese coi proventi dello strozzinaggio al Barone.
I soldati di Vignole erano ovunque, travisati da popolani acclamanti e anonimi pezzenti, col le armi ben nascoste.
Le guardie in divisa da parata e apparentemente disarmate.
Il Barone Dello Scalzone per contro, schierava un buon numero di suoi sodali anch'essi agghindati da parata.
Il grosso dell'esercito era invece a festeggiar al campo in smantellamento per la scampata guerra e soprattutto per l'aver evitato di lasciarci la pellaccia per gli stolti capricci dei feudatari.
Tutti speravan per il meglio, ma sapevan ch'era in agguato il peggio.
Tutti tranne i Dello Scalzone.

Soltanto chi era al corrente dell'orrendo tradimento potea percepir la tensione crescente, la strana sensazione di carneficina imminente, mentre il Barove Mavco Monico dello Scalzone conduceva il suo pupillo Prudenzio all'interno della Cattedral di Vignole ad attender, come d'uso, l'inceder successivo della Sposa.
Brigila era agghindata come una bomboniera.
Per un attimo la madre si intristì al pensier della farsa, nel vederla così bella e femminile, lei sempre così maschiaccio e pugnace.

Tuttavia, niuna sposa entrò quel giorno.
Ad un segnale convenuto, cappe e mantelli mostraron armi nascoste, e con un tonfo la Chiesa fu sbarrata.
Le guardie di Serravalle reagirono, ma oltre ai soldati anche la folla inferocita or si gettava su quei marrani che per giorni avean assediato il lor paese.
Dalla parte opposta alla collina, con perfetto tempismo, quella che pria era sol una nuvola di polvere, si rivelò come il corpo mercenario dei Balenghi Raminghi capitanato dal prode Giobatta Bratto, alla carica verso lo sprovveduto campo dei soldati rimasti fuori.
Confusione, sorpresa, paura rallentaron le reazioni dei militari che provaron a reagire, fronteggiando i mercenari.
Dalle mura però, sceser quelli di Vignole, infoiati, a chiudersi a tenaglia.
L'esercito di Serravalle Schifia, senza guida e senza capirci una ceppa, finì così in rotta, arrendendosi in breve.
A tarda notte anche il Barone in Cattredral asserragliato accettò la resa, fu fatto uscire e legato in guisa di salame fu rispedito a calci nello suo feudo insiem allo suo esercito disarmato.
Era stato un successo.



mercoledì 4 dicembre 2024

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (14)

CAPITOLO 14 - A colpi di carte bollate e charme

A fronte di tutte le novelle apprese, principiò una girandola diplomatica di supercazzole e sotterfugi. Prima Gerundo e il Dottor Pio tornaron all'accampamento riferendo ai compagni (che nel frattempo avevan scampato per un pelo la visita dello Straniero che aveva fiutato le lor tracce) poi a rapporto da Barone dello Scalzone, cercaron di convincerlo a mandar le sue forze, congiunte a quelle di Vignole, ad assalir li mercenari al soldo di Giobatta Bratto e riprender la donzella (raccontando che era stata rapita, e non li di sua volontà o per amor cortese).

Troppa era la diffidenza tra i due contendenti nel far la prima mossa e allor si giunse ad altra strategia: sarebbero state le canaglie con mission quatta quatta e furtiva a far ratto di Brigilda sottraendola allo bruto, in cambio di petecchioni sonanti, favori e terreni.
Tornaron ancora alle mura di Vignole e con una scusa si fecer consegnar finalmente Ugo, sottraendolo alle patrie galere, sostenendo che era l'unico che podea rintracciar li mercenari del Capitan di Ventura.
Si fecer prometter, su carta pecora bollata, anche lo lascito del malandato borgo di Treccastagni.

Senza indugio partiron alla ricerca delli mercenari, rintanati in vecchia fortezza in ricostruzione su una collina a men di un dì di pedestre cammino.
Il Volturniese, nel suo colorito dialetto, suggerì più volte di tagliar la corda e lasciar perder la guerra, che era cosa grama e pericolosa, ma ormai anche se l'avean ritrovato e liberato, le canaglie eran attirate dal profumo dei petecchioni sonanti e dalle promesse di terre e gloria.
Mentre discorrevan con l'ambito Volturiese dell'amico Duca-Conte Cobram III e di tutte le disavventure avvenute fin li, dietro una curva del sentier, ecco tetra figura ammantata accanto ad un albero, come in paziente ferale attesa.
Stava appoggiata ad enorme spadone malridotto, usato come bastone.
Lo Straniero dall'accento criminese.
Non aveva mollato la presa.
E ora eccolo li.
Guardava Ugo con astio, e fu allor chiaro che non lo stava cercando per salvarlo o aiutarlo, ma per accopparlo di buona lena.
Quando parlò, non fu più nel suo finto ostentato accento criminese, ma in idioma lontano dell'Illusitania, la terra oltre la Frangia.
La sua vera origine.
La sua vera identità.
Terra di vini e leggendario acciaio, come quello del malandato ma ancor resistente spadone.
"Hola, Ugo da Volturnia, mi nombre es Inigo Montoya, tu mataste mi padre e me ustionaste el volto con tremenda explosion...preparate a morir!"

Il terrore serpeggiò per un momento di fronte a cotal risolutezza, chiaro come la chiazza de piscio che lordò le brache del volturniese (per altro già belle lercie, visto lo perdurar in galera).
Ma Inigo Montoya non cercava la pugna con loro, ingiunse di togliersi di mezzo.
Cercaron di prender tempo, capire come sfangarla.
Non potean certo lasciargli massacrar il tanto bramato Ugo.

Fu il Dottor Pio a risolverla, con infido uso di fandonia ammaliante, che blandì i bollori Illusitani, rinvigorendo la loro amicizia e calmando lo suo animo, con false promesse che per or il Volturniese gli serviva, ma poi gliel'avrebber lasciato.

Poco più avanti, in quell'ameno sentiero, trovaron anche un altar votivo a San Lisergico, da cui sottrasser strane erbe e polvere fungina, non senza adeguata offerta in conio. Che era meglio non far incazzar li Santi.

Poco pria del tramonto, ecco la laboriosa collina su cui svettavan ammassi di pietre e ricordi di spesse mura che un tempo formavan robusta Fortezza.
Come formiche, homini et donne era all'opera per rabberciar o ricostruir parzialmente le rovine.
Quasi tutti armati.
I mercenari dei Balenghi Raminghi sotto il comando del Giobatta Bratto.

Pacioso andò, felinamente leggero, in avanscoperta sgusciando tra le mura e gli impalcati legnosi, scalando fin a dominar dall'alto la scena e individuar il quartier generale del Comandante, che intravvide insieme ad una pulzella (era dunque lei Brigilda?) e uno frate che se lamentava.

Riferito il tutto ai compagni, ogni ingranaggio in quelle crape bacate iniziò a macinar piani su piani.
L'idea iniziale di schiattar il Capitano innanzi alla sua bella fu scartata, anche perchè una visione del Palantìro bacato mostrò che difficilmente quel bastardo sarebbe crepato tanto facilmente.
Alla fine si affidaron alla favella e all'improvvisazione, e allo sfruttar la sempre cara avidità propria di ogni esser raziocinante et humano.
Con l'aiuto di Ugo prepararon anche l'ennesimo documento falso a perorar la loro ingannevole causa.

Furon condotti al cospetto del Giobatta, ma lo scopriron homo di tempra anche morale oltre che fisica, e di titoli se ne facea poco.
Da gran stratega però, suggerì lui un piano.
La situazione tra i due feudi giaceva al momento in stallo.
Il Barone di Serravalle contava almeno 80 soldati, quasi lo doppio dei difensori, che dalla loro però avean le mura e la strategica locazion del borgo a compensar la disparità.
Il Capitan di Ventura suggerì che se Serravalle avesse fatto conto di aver dalla sua anche un incremento numerico dato dal gruppo mercenario, allora avrebbe rotto gli indugi e attaccato.
Ma una volta sotto le mura, i mercenari avrebber rivelato le vere intenzioni e preso quei fessi tra due fuochi.
Soluzion cruenta e efficace, per quanto poco onorevole.

L'idea stimolò nuovi sviluppi, e fu modificata a modo lor dalle canaglie.
E se avesser portato Brigilda, inscenato l'inizio del maritamento facendo scattar la pace e abbassar la guardia a tutti, e poi con l'arrivo dei mercenari preso alla sprovvista l'esercito di Serravalle e mandato a monte tutto e chiesta la resa?
Brigilda acconsentì alla sceneggiata.
Era tutto nelle mani dello Padre Terno. E di un po' di culo, una volta tanto.
Ma c'era mai stato un piano che aveva funzionato fino in fondo?




giovedì 28 novembre 2024

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (13)

CAPITOLO 13 - Matrimonio al primo assedio


Una volta c'era un prato verde, una dolce collina, dominata da una improvvisa cresta rocciosa alla cui sommità, come un nido, si ergeva inespugnabile Vignole Colera.
Ora quel prato era distesa calpestata e fangosa disseminata di tende, carri, metallo e legno: l'accampamento degli assedianti.
L'accampamento bellicoso del Barone Mavco Monico Dello Scalzone. 
Alberi eran stati abbattuti per trabocchi in costruzione, insieme a barricate e quant'altro.
Vignole, aspra, chiusa e blindata, osservava dall'alto della pietra.

Capiron che peggio non potea andar, visto che quell'infame, "facile" impresa li voleva proprio lassù, entro quelle mura abbarbicate, a recuperar il famigerato e capace volturniese.
Ah maledetta malasorte sempre di traverso!
Tra loro e la missione, c'era una guerra e un assedio.
Tra loro e la missione c'era quindi un mare di merda, sudor e sangue..financo anche mazzate e rischiar la pelle, mica due mascate in una locanda. 
La guerra è cosa seria.
Intercettati da severo drappello di soldati, inizialmente presi per spie, in virtù della presunta nobiltà riusciron infine a piegar la volontà militaresca a condurli dal Barone, sceso in capo in personam per guidar la pugna verso Vignole e l'odiato Barone Asbernio Colecisti.

Monico Dello Scalzone era uomo che sapea metter a disagio a prima vista col suo aspetto severo e incattivito. E una strana calvizie da nervoso che ne funestava metà del cranio.
Senza contar cicatrici a indicar la sua propensione all'azione in prima persona.
Spiegò che giunti per lo strategico maritamento, non eran stati fatti entrare con scuse ogni giorno più vacue et vaghe.
Era chiaro che non volean dar più Brigilda in sposa, o addirittura l'avea promessa ad altri?
Qual affronto?!
Chiamò a se lo sconsolato erede, presentandolo alla finta delegazione alaziale.
Prudenzio Dello Scalzone detto Bubbonio era inver brutto come la morte e sfigurato da orrenda rara malattia.
Pur non conoscendola, non si stupiron delle scelte di codesta tal Brigilda di Vignole Colera.

Il tentativo di dar in pasto Comare Inese, forse troppo lesto e improvvido, fallì.
L'ingenuo giovinotto ancor voleva Brigilda, e avrebber smontato Vignole pietra per pietra per averla.
O per aver vendetta.

Virarono allora sul chieder il permesso di presentarsi alle porte di Vignole come ambasciatori, e nonostante il Barone li ammonisse che sarebber stati trucidati e presi per spie già a metà della stretta salita, il piano prese forma.

Fuori dalla tenda, furon raggiunti da un soldato che, avendo capito che volean entrar tra le mura, rivelò che dal laghetto ai piedi della montagna c'era un passaggio che risaliva fino alle fogne e alle gallerie sotto il borgo.
Ma nessun di loro era così coraggioso d'affrontarlo visto che si diceva infestato da un confinato:
Il fantasma bizzoso di Manfrino De'Tre Checchi, un guiscardo incatenato e dimenticato in attesa di processo, che morì affogato la sotto durante un'alluvion ben forte anni e anni or sono.

Tra i vari modi di morire, dopo attenta ponderazione, il gruppo scelse però la via diretta alle mura.
Che di fantasmi, confinati o quel che l'è,  non c'era proprio bisogno in quel casino già abbastanza incasinato.

Pacioso e Inese restaron nella tenda, mentre la delegazione formata da Gerundo e il Dottor Pio, col fido mulo varcò le linee nemiche risalendo la ripidissima salita verso il portone di Vignole.
Gli elmi a punta dei soldati sulle mura fecer capolino ad osservar quell'inaspettata visione, mettendosi comodi come a pregustar uno spettacolo.
E lo spettacolo ci fu davvero, perchè il pover Juanin e lo stesso Gerundo sprofondaron di colpo in una fossa difensiva abilmente occultata e irta di lignei spuntoni ad accoglier la caduta.
Feriti ma vivi, i due provaron a risalire.
Il mulo ferito, in panico, scalciava tumefacendo il volto del Gerundo.
Dall'alto piovve qualche freccia e persin pitali di piscia stantia che investiron il Dottor Pio, intento ad aiutar i due caduti.
Poco mancò che reagisse usando qualche artificio arcagno, mandando a ramengo la diplomazia.
Superato l'ostacolo e l'imbarazzo, imperterriti avanzaron tra lo stupor dei difensori.
Arrivati a portata di voce, millantaron nobiltà e volontà a parlamentare, riuscendo a convincer un ufficiale ad ascoltarli.
Il portone era ben sbarrato e già preceduto da barricate e ostacoli, e non v'era la minima intenzione ad aprirlo.
Vennero così issati sulle mura con delle corde, come pesanti zavorre, e giunti sul torrione principale si trovaron innanzi al Barone Asbernio e alla gentil-consorte Brulba Finiscalchi in Colecisti.

Raccontaron la storiella della "nobile" Comare Inese, ora ostaggio nell'accampamento degli assedianti, che chiedeva di varcar la soglia di Vignole per farsi suora.
Mentre il Barona soppesava il lor favellare, si guardaron attorno dalle mura  che dominavan la valle:
una volta la in cima, era evidente che la disparità numerica tra gli schieramenti era notevole.
Dalla sua Vignole però era difficilmente espugnabile grazie alla posizione strategica.
Il nobile ammise che avrebbe posto ben volentier fin all'assedio consegnando la figlia, ma la scapestrata erede già da tempo recalcitrante era sparita e si era sottratta a quelle nozze.
Lasciandoli nel letame, e causando offesa forse presa fin troppo sul personale visto l'esercito alle porte.
Molte eran le voci tra il popolino, e forse una compagnia di guitti e saltimbanchi rimasta intrappolata in città, e con la quale la ragazza avea legato, ne sapevan di più.

All'accampamento intanto, l'offeso Juanin tornò ancor più lento e piegato, solo.
Pacioso e Comare Inese, che nell'attesa si erano intrattenuti con Bubbonio, blandendolo e cercando di migliorar l'aspetto con cure, trucco e parrucco, notaron il ciuco solitario recuperandolo e occupandosi delle ferite.
Cos'era accaduto ai compagni? Schiattati quan'è vero San Schiattato?

I compagni, Gerundo e il Dottor Pio, eran invece vivi e proposer al Barone di recuperar la figlia, chiedendo di poter scender in paese ad indagare.
Scortati da due guardie, percorsero le vie cittadine, dove la gente si preparava al peggio, sperando nel meglio.
E in un lungo piazzare fangoso, forse per scacciar i brutti pensieri, i più poveri, che in fondo avean ben poco da perder non avendo nulla, e tanto sapevan ben che cambiavan vessilli e bandiere, ma i deretani restavan sempre gli stessi, per distrarsi stavan scommettendo in un torneo grottesco chiamata Giostra dei Poveri.
Lercia parodia di veri tornei cavallereschi, qui il destrier era un uomo, spesso coperto di tovaglie o pezze, mentre lo cavalier sulle sue spalle indossava armature fatte di pentolame, assi di legno o quant'altro la fantasia e la necessità imponesse.
Una delle due guardie indicò tra la folla la compagnia di guitti di cui si era parlato.
Difficile non notarli, vista la razza: eran tutti malebranche, e qualcun di loro neppur si curava di coprir corna o code.
Era la Compagnia dei Poveri Diabuli.
Ed erano molto preoccupati, visto che era sparito il lor "cavallo" e a breve toccava a loro scender nella contesa, e probabilmente avean già piazzato cospicua scommessa in petecchioni.
V'era necessità di robusta cavalcatura.
La question fu subito colta dai nostri eroi che in cambio delle loro informazioni si prestaron alla giostra.
L'agile malebranche Nicandro cavalcò il solido Gerundo, contro una enorme donnona cavalcata da un acclamato campione il cui elmo era un secchio di legno capovolto, e l'armatura lo rendeva più un paglioso spaventapasseri che un paladino altomanno.
Il campione però sottovalutò l'improbabile duo, sottopagato dalle scommesse, e questo è errore da fare mai: spesso ne miete di più la sicumera e l'arroganza della peste stessa.
Le lunghe scope, impugnate come lance, colpirono quasi in contemporanea, fracassandosi.
La folla ululò.
Il campione assaggiò il terreno, pure Nicandro barcollò, Gerundo quasi si affossò dal rinculo, ma infin restaron sul campo.
Vincitori.

Incassato il dovuto e dileguandosi in fretta tra la folla prima di risse, ritorsioni o ricorsi al risultato, i Poveri Diabuli e le due canaglie si appartaron per onorar lo patto.
Il capo dei malebranche svelò che Brigilda era innamorata di un Capitan di Ventura, un omone a capo della banda mercenaria dei Balenghi Raminghi che risponde a al nome de Giobatta Bratto
Bene.
Cioè..male.
Ma era comunque prezioso elemento con cui tornar a parlamentar dal Barone.
E la bona sorte, per una volta, non finia lì, perchè quei manigoldi ricchi di pettegolezzi sapean anche di Ugo.
E qui però si ferma la bona sorte.
Perchè era lo volturniese era già in gattabuia...

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (12)

CAPITOLO 12 - Sempre i poveri lo prendon nel... gulo

Un'irta stradina tra cespugli di grattaculo e more, deserta e ventosa, risaliva la sponda destra del fiume Schifia per confluire nella via maestra che correva lungo i due feudi principali di Serravalle Schifia (a sud) e Vignole Colera (a nord).

Non serviva un cacciatore di taglie per capir che quella strada era stata più calpestata della dignità umana.
L'erba spelacchiata che solitamente spunta impertinente in tal sentieri poco battuti era scomparsa. La sede della strada allargata da cotanto pedar di impronte pesanti. Homini in armature?
E pur recenti.
Una fiumana di gente, carri e vettovaglie dovea esser passata da li nelle ultime settimane, diretta a settentrion, e la question non era certo positiva.
Non procession religiosa questa volta, ma esercito in marcia, era l'idea.

Seguendo la via, dietro ad una collinetta scarsamente coltivata, all'imbrunir ecco spuntar remoto villaggio plebeo.
Tali insediamenti raramente son esempio di beltà o maestria architettonica, ma mentre coprivan la distanza e gli oculi si abituavan alla luce tramontante, capiron che vi era ben più di disordine o incuria: quel borgo era stato violentato. Depredato. Razziato.
Ed era anche sinistramente deserto.
Treccastagne era nomato tal villaggio, o ciò che ne restava.

Ma ecco un movimento, lesto, di piccola creatura tra le macerie legnose carbonizzate.
Lesti i quattro circondaron un tugurio in rovina ove la figura si era nascosta, ed eccola li, far capolino attirata da uno pezzo de torta: una piccola infante cenciosa e pien di fuliggine.
Stringeva a sè alcune rape come fosser il giocattol preferito.

Tranquillizzata e domata, la piccola, li condusse ad uno scantinato nascosto dove i resti di quell'umanità paesana si eran rifugiati.
Superstiti degli orrori di una guerra improvvisa e incomprensibile, che come sempre bastonava i reietti, gli sprovveduti e chi non avea vie di fuga.
Raccontaron che era passato in pompa magna il Barone di Serravalle Schifia, diretto a Vignole Colera per celebrar le nozze dei loro pupilli, uniti in una alleanza strategica tra i due feudi lungo fiume.
Come sempre accade, le truppe, battenti il vessillo della Quercia Rossa del Barone Mavco Monico Dello Scalzone avean allungato le mani, calato qualche braga, vessato e rubato qualcosa nel nome del militar sostentamento, ma era filato tutto liscio.
Qualcosa era successo poi alle porte di Vignole, una qualche offesa che avea richiamato altre truppe, forse perfin tutte quelle dell'intera Serravalle, e come monito e come dimostrazione eran tornati li, a Treccastagne, seminando devastazione e incendiando il tutto.
Poteva andar peggio?
Si
Perchè tal rimasuglio di umanità contadina si rifugiava li per la notte, se i militi eran ora lontani?
Perchè attirati dal lezzo della morte e distruzione, di notte arrivavan i guli. E si sa, che anche se magnavan cadaveri, anche li vivi non eran proprio disprezzati.
Che letamaio!
Mosse a pietà, o forse sol per convenienza, le canaglie spronaron i sopravvissuti a raggiunger Guado Schifia, sotto lor tutela e raccomandazione. 

Con le membra del fu Bragallo ancor in saccoccia poi, tornaron fuori sfidando la notte e crearon golosa esca per i guli, appendendola ben alta per tenerli occupati nella notte, un parafulmine per guli, o come meglio lo battezzaron sarcasticamente: un paragulo.
Lesti tornaron nel rifugio mentre quelle cadaveriche creature chittemmorte iniziavano a strisciare tra le rovine, in cerca di un pasto, e si accalcaron presso il paragulo.
Al sorgere del sole, anche se ostruito dall'aria brumosa dello vicino fiume, ritrovaron il mulo ancor integro, e il paragulo razziato.
I villici lasciaron tristi le lor case, diretti a Guado Schifia, mentre i coraggiosi uomini del Duca-Conte di Rocca Malpresa andaron verso nord.

Alla guerra.
Ma pria, dieder forma al piano abbozzato nato dalla mente gerundica del Gerundo.
Comare Inese, addobbata come 'na madonna, nel suo miglior vestimento e col mulo Juanin tirato a lucido come nobil destriero, si sarebbe spacciata per nobildonna alaziale.
A rafforzar il tutto, araldico documento contraffatto dal Dottor Pio, a dar conferma e patente di nobiltade.
Se il maritar del figlio del Barone di Serravalle era andato a monte, chissà di non riuscire a piazzar la zitella e sfruttar quei nobili.
Con nobili intenti, si intende...

giovedì 21 novembre 2024

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (11)

CAPITOLO 11 - Sfida a Guado Schifia


La via maestra che portava a Vignole Colera passava dal dover attraversar il bizzoso fiume Schifia.
Ma prima c'era da recuperar il mulo Juanin nelle stalle fuori dalla Torre Grigia, e gabbar lo Straniero lasciandolo li.
Pacioso sfruttò il palantìro, che pur non funzionando, avrebbe mostrato quindi qualcosa che non sarebbe accaduto, e per contro allora avrebber fatto altro.
Nell'oscura sfera magica tarocca, vide lui stesso che andava a recuperar Juanin e veniva scoperto da straccion incuriosito nel veder mulo portato via da felino.
Meglio far altro.

Andaron allora Comare Inese e Gerundo.
L'uomo privò il mendicante della coscienza, con potente pugnone in testa
Inese privò la stalla della dolce presenza dell'anziano e testardo mulo.
Nessuno privò lo Straniero del piacer di una birra visto che non fu allertato da tal mossa.
Era stato fatto ratto del mulo, e si potea lasciar la tetra cittadina, ma si era ormai passato lo vespro e grazie alle sante conoscenze del Calendario trovaron asilo sicuro nel piccolo monastero di San Prostrato.
Dopo una lode all'umiltà e qualche soldo d'offerta, al mattin ripartiron  di buon'ora e di buona lena, seminando così Lo Straniero e il suo inquietante spadone.
E si spera pure EquiTaglia.

La via si rivelò tranquilla, quasi monotona vista l'andatura del mulo carico di ogni loro proprietà (a dire il vero ben magra).
Passato mezzodì giunsero in vista di ameno insediamento, di legno cinto, e di legno e paglia costruito.
Si trattava di Guado Schifia, insignificante e fangoso accrocchio di vita rurale e pescatora, che però permetteva di passar l'altra sponda dello Schifia tramite ingegnosa zattera guidata da funi, che facea da spola avanti e indrè.
Puntaron alla bettola presente innanzi all'imbarco, nomata guarda un po' con sforzo di intelletto "Bettola del Guado".

Parlando col rubicondo e svogliato oste, scopriron che negli anni la presa dei Malespine si era un po' allentata, e le guardie messe li si eran date alla macchia in cerca di gloria mercenaria oltre il fiume.
Qualcosa stava accadendo da quelle parti, e s'era vista più di una colonna di fumo.
Li al Guado invece, da qualche tempo, approfittando della mancanza delle Istituzioni e della Legge, una ghenga di malfattori si ergeva a custode e protettore della chiatta d'attraversamento, ovviamente con esose richieste di gabelle per il passaggio, e annessi malmenaggio e percosse dei recalcitranti e dei meno abbienti.

Il gruppo fiutò subito l'occasione di sgranchir le mani e far suo quello snodo e quegli incassi, e guidati da Gerundo si presentarono al tizio a guardia dell'imbarco chiedendo conto della situazione e di come funzionavan le faccende.
Non tardarono ad arrivare rinforzi e il capo in persona, e in un amen si passò dalla favella ai fatti.
La zuffa esplose violenta dilagando nella zona del guado tra le casse, le ceste e tutte le altre merci in attesa di varcare lo Schifia, non risparmiando neppur villici, contadini, maiali e anatre.
Ad ogni colpo menato, barile lanciato e bastone schiantato in una schiena, si rispondeva con equal conio, ma fu una sola fazione a prevalere, seppur conciata male, e i banditi restanti si piegarono così al volere e all'accordo dell'improbabile gruppo di eroi giunti da Novi Lugubre.
Avrebbero continuato ad esercitar l'esazione della tassa di passaggio ma ora per conto di Gerundo e soci, autonominatisi dopo qualche indecisione in "Compagnia dell'Oca Gerunda", ma a tariffe ridotte e più sostenibili, e il profitto sarebbe finito ovviamente nelle tasche di tal Compagnia, alla faccia del Duca-Conte che li aspettava a Rocca Malpresa.

Sistemata la situazione in quello sgangherato avamposto, era tempo di passar lo fiume e puntare a Vignole, per ritrovar finalmente, col volere delli Santi, il dannato Volturniese dalla propensione a finir in guai sempre più grossi.

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (10)

CAPITOLO 10 - 47 Morto che parla

Procedevan nell'insidioso Bosco Morendo, cercando la via verso l'altipiano roccioso dove era uso cacciar lo Bavalischio, come novelli fungaioli sprovveduti e poco avvezzi all'inceder nelle selve ma più a proprio agio tra viuzze e bettole.
Nonostante ciò, risaliron la china fino ad una zona sopraelevata del bosco, piena di forre e gole scevre di vegetazione, atte a smarrir la via o tender imboscate.
Comare Inese individuò più di una traccia rivelatrice del passaggio degli incauti cacciatori, poi invocò qualche Santo per protegger il Gerundo dai veleni, in prevision dell'infausto scontro.
Scopriron pezzi dei cacciatori stessi, ormai fatti pietra o più opportuno dir lapide, mentre lapidari passavan oltre fino al grosso delle tracce che puntava ad un luogo preciso: una gola ove qualcun, armato di pala, stava scavando una fossa per semplice ed efficace trappola all'insidiosa e ferale fiera.
Compito interrotto ben presto dal tristo mietitore, a giudicar dai frammenti di homini pietrificati sparsi in giro, e dall'altezza della fossa di non più di due spanne.
Il gatto lupesco gattescamente si inerpicò su per un'irta prominenza rocciosa ove tra la pallida bruma scorse più avanti i resti di un torrion di guardia in rovina, possibile ricovero per la bestia.
Seguando le indicazion avanzaron fino ai piedi delle rovine.
Una scala consunta scavata nella pietra saliva fin alla circolar struttura diroccata, e quatto come una faina il Gerundo fece capolino fino all'arcata dell'ingresso, per notar l'orrenda bestia a sei zampe, poco pria acciambellata a riposar e che ora fiutava l'aere come un sommellier di carne umana, pria resa sasso e poi digerita e ritrasformata da poderosi succhi gastrico-salivari.

Nonostante le raccomandazioni della megera e di ogni buon manual di caccia alle fiere pericolose, che indicano di evitar scontri diretti e usar astuzie e tranelli, Gerundo caricò l'incredula bestia che incassò subito manrovesci come un discolo a fronte di manesco genitor.
Ben più cauti, i compagni dieder man forte da lontano, affacciandosi e ritraendosi dalla tana or diventata trappola.
Manco poco che l'uomo non venne pietrificato, e soltanto la resistenza a quella bava venefica lo salvò dal diventar nano da giardino magari nell'orto della stessa Squinternia.

Il Dottor Pio evocò terribili dardi d'energia che demonicamente non potean ceffar bersaglio, Comare Inese pregava li Santi di curar il monaco bottaio dai morsi del Bavalischio, Pacioso mandò avanti i suoi burattin guerrieri, che almeno eran di legno.

La bestia, a mal partito, zompò fuori dalla tana lanciando una fiatella nebbiosa anch'essa pericolosamente pietrificante, più per coprir la fuga con la coda tra le gambe che per attaccar briga, ma dall'alto la maledizione a San Schiattato evocata da Inese la brasò sul colpo, inerte massa di pelliccia, zampe e artigli che or cadeva tra le frasche.

Impresa era compiuta.
Senza testimoni se non li alberi, ma pur sempre impresa.

Razziaron anche la torre, trovando umile ma magico calice dedicato a San Ceresio, in grado di purificar i sidri in esso versati da veleni, malanni e cacarelle, nonchè a donar loro afror di luppolo.

La sinistra Squinternia fu contenta di ricever l'attesa selvaggina per la sua ricetta, e rispettò il patto.
Prima aiutò anche Pacioso con uno strano intruglio che facea ricrescer villo e pelo.
Poi li condusse nel cortile sovrastato da costole colossali, e tracciando strano cerchio vi fece adagiar la testa del pover Bragallo.
Salmodiò in neroparlare arcagna formula, e i quattro compreser solo "47 morto che parla", fino a che l'indecisa palpebra si schiuse a mostrar occhio vitreo e la mascella si smosse, pronta a parlare rivelando i segreti tanto attesi, sempre ne avesse avuto garbo e voglia.

Potevan far cinque domande, pria che lo pallido ricordo dell'anima del morto lasciasse tornasse de novo e definitivamente all'OltreTombola.
Finalmente scopriron così che quel gaglioffo dell'Ugo da Volturnia era ito verso altro lido, nell'abbarbicato borgo di Vignole Colera, temendo le ire di una stria che avea truffato al mercato.
Orribil sospetto balenò nelle loro menti, ma la quinta domanda fu incautamente posta proprio a curiosar sul fatto, e l'irata Squinternia diete di matto capendo che stavan cercando istessa personam!
Ingiunse lor di prender seco lo palantìro contraffatto e fece giurar che trovato l'Ugo, gliel'avesser schiantato nella noce del capocollo.

Soddisfatte delle concrete notizie sull'Ugo, e dell'abbondante banchetto a base di Bavalischio alla Cacciatora, le canaglie lasciaron sane e salve Bosco Morendo, rientrando in serata a Novi Lugubre.
Finalmente si cambiava aria.