mercoledì 16 ottobre 2024

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (2)

CAPITOLO 2 - Deviazioni, deviati e processioni.

La strada de fanga secca proseguiva verso il Ponte della Masca, ma prima di arrivare a tale mirabilia dell'epoca Draconiana il gruppo incontrò uno bivio.

Un misero cartello di legno indicava la direzione della strada maestra verso lo ponte tramite un infantile disegno stilizzato, visto che una scritta sarebbe stata utile a pochi in quelle campagne intrise di ignoranza e analfabetismo.

La cosa preoccupante però furono le tracce: numerose impronte, ordinate e in fila, di parecchie persone. Il tutto condito qua e la da qualche macchiolina di sangue.
Un gruppo di banditi o sbandati non avrebbe lasciato tali segni così ordinati e allineati.
Si trattava di un gruppo militare o comunque addestrato, forse un'orda sanguinaria con ancora le armi grondanti sangue?

Nel dubbio, anche se la direzione da seguire e la stessa, le canaglie presero la via opposta: quella dalla quale le impronte provenivano.
Non c'era alcun cartello ma Pacioso sosteneva che verso nord dovesse trovarsi una Abbazia, e Gerundo attirato come falena presso lumen, già sognava di gozzovigliar a sbaffo li manicaretti genuini.
Ahimè per lui, trovarono l'Abbazia fortificata ben protetta da passaggio levatoio ben chiuso.
Lo Monastero di San Gagliaudo sorgeva infatti ben protetto, rifugio e ritrovo di devoti alli Santi più disparati e diversi
Piangendo commiserazione e usando biechi trucchi riuscirono a convincer l'anziano Frate Stobeo ad aprir lo varco, stipulando patto alquanto bizzarro.
Affittavano la felina grazia di Pacioso alli monaci per ciapare li rat nelle cantine, in cambio di ospitalità e desco.
Ma lo povero gatto lupesco, poco convinto di tal laboro, fu coinvolto anche in strambo esperimento da monaco di origini altomanne, tal Padre Schrodingo.
Di tutto questo erano ignari i compari, intenti a gozzovigliar tanto che lo Gerundo quasi trapassò all'inferno dallo tanto mangiar in uno scoppiar di budelli.
E mentre tale abbietto individuo defecava nel torrente, e Comare Inese si prostrava in preghiera nella Cappella innanzi al Chiostro, il Dottor Pio scendeva nelle anguste segrete per recuperar lo gattesco compagno chiuso nella cantina.
Raggiante, lo frate Schrodingo rivelò che Pacioso era stato rinchiuso nella cantina e la birra era avvelenata.
Era stato indotto in peccato di furteria e l'aveva bevuta?
Era morto?
Era vivo?
Finché cantina non fosse stata aperta, secondo lo Frate, Pacioso era in una prodigiosa condizione: era sia morto che vivo!
In realtà Pacioso, seppur di malavoglia, avea fatto ratto di ben otto ratti.
E invero persin assaggiato la birra, ben poca perché la trovò ben grama.
E questo, oltre la sua costituzione (o al fatto che avea sette vite?) lo salvò dal veleno

Pacioso era vivo.
Padre Schrodingo un po' deluso, e Fra Stobeo contento per la derattizzazione.
Nel chiostro, Comare Inese risanò Gerundo con preghiera alli Santi, e il gruppo riuscì a riprendere la strada maestra.
Ora avevano capito di aver equivocato le tracce: non marzial formazione mercenaria, ma processione di pii monaci partiti dall'Abbazia e diretti oltre il ponte come loro.
Dipartiron dallo monastero per tornar sulla retta via della missione affidata.

Senza più tema e timor di spiacevoli incontri procedetter veloci (per quanto consentito dal vecchissimo e cocciuto mulo Juanin).
Anche la processione, nel suo lento incedere, fece tappa presso cippo votivo, perdendo terreno, e fu raggiunta.
Si trattava dei famigerati Flagellanti di San Mazziato. Smunti monaci che flagellan la propria schiena e deretano salmodiando odi allo Santo, mondandosi da peccati e tentazioni con dolore e mortificazion della carne.
Uno spettacolo da lasciar perplessi.
Li monaci però vider gli avventurieri appresso e le lor armi (forse bramando qualche mazzata?) e lieti dell'incontro chieser loro di far da scorta all'inceder processionario in modo da protegger dalli mali e soprattutto dalli banditi et lestofanti eventuali lungo la via.
Non soldo e pecunia, ma santa benedizione era la loro unica merce di scambio.
Poco apprezzata invero.
Giunsero così allo Ponte della Masca, che permetteva di superare le bizzose acque del fiume Bromida poco dopo che vi affluiva lo torrente Schifia.
Nella bruma dello meriggio, secche figure umane si stagliavan dall'altro lato di quel loco nebbioso: la Ghenga del Guercio.
Il Guercio in carne et ossa andò incontro garantendo sicurezza di varcar il confine tra i feudi, in cambio di moneta.
Un pedaggio abusivo. Un abuso pedante.
Falsa cortesia mascarata in guisa di minaccia.
"Ecco...ecco li sordi, mo te pagamo.." Si avvicinò Comare Inese rovistando in bisaccia in atto di pagar pegno.
Non fu moneta che estrasse però.
Bensì insidioso e ruvido mattarello di legno, che appunto legnò, rapido e inaspettato sul cranio dello Guercio.
Gerundo, senza attender altro segnale, lo issa oltre il pietral parapetto e come fastidiosa zavorra lo va andar a gustar l'acqua fria dello Bromida.
Lo Guercio urla "non sapo nuotar!" e i suoi sgherri lesti tendon corda come si tende mano a moribondo.
Gli uomini del Duca-Conte accorron per aiutar ma invece gettan in acqua anche loro.
Questo è troppo per li sgherri restanti.

Come uso nel Regno di Taglia, si passa alle mani.

Imponente rissa deflagra sullo ponte, con la procession di monaci attoniti e quasi tentati di assaggiar mazzate pure loro.
Senza l'abile capo però, la ghenga del Guercio presto capitola tra manrovesci e sagaci mosse speciali e vien pur derubata.

Superato l'ostacolo, la scorta ai Flagellanti prosegue fin alle porte di Roccamafalda, dove Padre Crispino ringrazia e benedice le canaglie, che proseguon verso l'imminente Novi Lugubre.
I cuori aumentati di santità.
Le tasche aumentate di monete.
...Le taglie aumentate per rissa impropria e sospetto affogamento.

mercoledì 9 ottobre 2024

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (1)

CAPITOLO 1 - Una missione facile facile


Giorni di liete libagioni erano trascorsi dalla presa di Rocca Malpresa.
Le canaglie poltrivano ma lo Duca-Conte PierMatteo Barambani Ettore Cobram II fremeva per riparare e tirare a lucido la Rocca e soprattutto il covo nascosto nei sotterranei.
Voleva allestire laboratori di falsificazione, una forgia e la distilleria per rilanciare tutti i loschi traffici di una ghenga per bene, e per farlo aveva in mente una persona in particolare.
Ma la situazione della banda non era florida.

Pietro Pietri detto Pìlloro era stato inviato a cercare nuovi valenti Fratelli di Taglia ma s'era dato alla macchia, piuttosto che consumar lo matrimonio con la santa donna Comare Inese.
Ganassa era sparita. Si vociferava in fuga da un cacciatore di EquiTaglia.
Convocò Comare Inese e Pacioso al maniero, presentando loro due nuovi aspiranti membri della favolosa cricca di Roccasecca:
il Dott.Pio Magnaguai, un inquietante gobbo dagli strani poteri, e un uomo che era forse più tarchiato che alto, quasi nano, dal torace come un barile. Tale Gerundo, la cui parlata lasciava chiaramente capire l'origine galaverniana
Nonostante l'aspetto il Gerundo si diceva non solo esperto bottaio ma anche nell'arte di menare.

Quei due relitti umani erano gli unici due trovati dal Pìlloro nella sua missione.

Dopo lo sconcerto nell'apprender di tali nuovi Fratelli di Taglia, la banda ascoltò lo favellar del Duca-Conte e la noiosa spiegazione della nuova importante missione.
Dovevano ritrovare Ugo da Volturnia, espertissimo falsario e artigiano e progettista che avrebbe reso perfetto il loro covo.
L'uomo, già al soldo del Duca-Conte, era stato l'unico al corrente del suo piano di fingersi morto, ed era fuggito prima che la Rocca cadesse preda dei banditi.
Si sospettava avesse trovato asilo nel cupo borgo di Novi Lugubre, dove aveva un contatto: tal Bragallo Senzaterra.
Riportare il Volturniese era quindi imperativo per uno florido rifiorir dei traffici della banda.

Come ultimo avviso, il nobile(?) padrone chiese un piccolo lavoretto complementare: ritrovare o aver notizie dello Mostro di Roccasecca, la povera creatura deforme dallo scarso intelletto fuggita nell'assedio di riconquista del maniero. Per quanto scomodo era pur sempre un parente del ceppo dei Barambani-Cobram.

Le quattro canaglie approfittaron degli agi del maniero e gozzovigliarono (quasi solo il Gerundo, invero) a sbafo, e dopo una notte difficile per lo russar di naso e di deretano del grezzo bottaio, all'alba caricarono il prode mulo Juanin coi loro miseri averi e partirono per l'insidiosa Novi Lugubre.
Attraversarono i sobborghi di Roccasecca tra le occhiatacce e il mormorar del popolino che adocchiava la strana combriccola, soprattutto il gobbo, creatura temuta et disprezzata allo equal modo.
La strada fangosa si dipanava nei campi, in una tiepida giornata di fine estate, e i quattro discorrevano e dissertavano rinsaldando la loro conoscenza e fratellanza, anche fosse a suon di insulti e disprezzo.

La prima tappa era il Ponte della Masca, che oltrepassava corso d'acqua facente confine tra il feudo di Acque Marce e quello di Viavada e Novi Lugubre, e certamente avrebbe comportato dazi e fastidi. 
All'imbrunir ancora il ponte non si vedeva, ma la tenue luce di lanterne illuminava la facciata scrostata di una locanda.
La taverna "A un tiro di Sputo"
Lo stanco gruppo di viandanti mise Juanin nella stalla ed entrò per trovar ristoro e riparo.
Un duro contrattar portò ad una vantaggiosa cena, e la traccia era giusta perchè la cameriera ricordava che Ugo era trasito da li.

La libagione non era malaccio, e la compagnia neppure visto che un chiassoso gruppo di canaglie stava giocando a Minchiate, popolar gioco d'azzardo conosciuto e diffuso in tutte le sue varianti nel Regno di Taglia.
Anche due dei nostri si uniron ben presto alla tenzone.
Ma dove c'è azzardo c'è rischio.
E dove c'è rischio ci sono guai.
E Pacioso, barando a più non posso, vinse qualche mano senza destar sospetti, ma altrettanto non fece uno degli avversari, un barbuto butterato dall'alito di pollo marcio che fu sorpreso proprio dal Pacioso a sostituir le carte.
Volò il tavolo, come fosse tovaglia.
E volaron improperi a condir la rissa esplosa come bocconata di grappa spruzzata sullo foco.
Volaron brodaglie e ciotole, manrovesci e minacce.
Comare Inese brandì una cadrega come arma ancestrale, mentre Gerundo, per quanto basso era piantato a terra come robusta quercia e mulinava schiaffoni a destra e mancina.
Pacioso slacciò le brache ad un marrano facendolo incespicare, mentre il Dottor Pio sbucava da sotto uno tavolo a colpir lo stolto.
Quando con terrificanti bestemmie l'Oste, che prese a lanciar salami come temibili quadrelli, tentò di porre fine alla guerriglia, il baro e i suoi soci erano già a terra, uno persin defenestrato.

Come era uso in tutto il regno, gli sconfitti pagaron pure i danni, e il gruppo guadagnò un lor cimelio.
Niente di meglio che un po' di movimento per andar tra le braccia di morfeo e ripartir riposati e lividi il giorno dopo.
Al mattin ripartirono, non dopo aver preso altre informazioni sul Ponte su Novi Lugubre dall'Oste, incassando anche il suo benaugurio a San Culone.

domenica 29 settembre 2024

L'EREDITA' DI ROCCA MALPRESA (5)

IL MANIERO DI ROCCA MALPRESA


Cupo e solitario, il maniero si stagliava sulla collina dominante lo borgo.
Lo scaltro menestrello rivelò che ci dovea esser pertugio o passaggio per transitar secretamente allo suo interno.
Come mai potesse favellar di tale conoscenza era un mistero, ma nessun di loro si pose codesta domanda, presi com'eran nel pianificar l'assalto.

Smilziade si circondava di due luogotenenti temibili: una baldracca in grado di usar la fandonia come una stregona e un enorme morgante armato di un ascia ancor più grande della sua già grande panza.

Con circospezione giraron attorno al maniero in cerca di ogni punto debole o spunto, trovando verità nelle parole del giullare quando scoprirono il passaggio nascosto tra gli sterpi.

Si divisero. 
Ora si faceva sul serio. Non più manrovesci o mischie da locanda, ma lame e sangue, perché altro non avrebbero ricevuto in cambio.

Un gruppo, aiutato anche dal Cavalier Inesistente, attirò le forze e le attenzioni nemiche al cancello mentre l'altro, penetrato nella galleria, avrebbe dovuto sbucare alla spalle degli assediati.
Il tempo passava e il piano non pareva galoppar come previsto, e dall'interno non giungevan notizie degli infiltrati.
Sbucati nelle cantine infatti, faticaron a trovar modo di salire e soprattutto liberaron incautamente creatura di cui soltanto si era favoleggiato, ma inver esisteva davvero.
Il mostro della Rocca. 

Forse un parente, forse una vergogna da nasconder, l'enorme omone deforme dalla mente debole e dalla forza di un gigante, una volta fuggito se la prese in egual modo con canaglie e banditi, democratico e imparzial nell'elargir mazzate a destra e mancina, sfondando porte e financo muri, per poi fuggir nel bosco.

L'imprevisto ora però giocava a lor favore, e quand'anche i popolani di Roccasecca ora brandivano il coraggio, oltre che forche e attrezzi, e davan man forte nell'assedio esterno, impietosi, seppur feriti e malconci, i nostri eroi finiron l'astuto e rapido Smilziade e la sua banda, liberando l'antico maniero.

Giustizia era fatta.


COLPO DI SCENA

La sera dopo una folla era radunata davanti al Maniero.
Alle loro spalle, a guardar la scena, il piccolo cimitero privato della Rocca, da cui la tomba del Duca-Conte guardava la scena.
Il Borgomastro, nella riconoscenza dei contadini liberati, stava per apprestarsi a dichiarare Pietro Pietri erede e nuovo Duca-Conte della Rocca.

Un fischiettar, unito al trascinar d'arnese, attirò però l'attenzione.

Lo menestrello mascherato giungeva tra loro trascinando una vanga, e tra la sorpresa e l'indignazione generale prese a zappar la tomba dello Duca-Conte.
Già si udiva batter sul legno quando provarono a fermarlo, ma ancorché anziano di divincolò con forza e con ultima leva sull'arnese scostò il parte il coperchio della bara.

Era vuota.

Sardonica risata accompagnò il suo sfilar la maschera e mostrar lo volto nascosto: era Duca-Conte PierMatteo Barambani Ettore Cobram II in personam, vivum et vegetum, non-defunto, respirante e dotato di polmonar capacità

Ali di folla sgomente e incredule fecer lui passare aprendosi riverenti fin al lontano parente, che consolò con una pacca.
"Figliolo, avevo capito che le guardie erano in odor di tradimento e pria che facettermi fuori, mi son fatto fuori da me.
Volevo veder se qualcun d'eroico e bravo era in grado di fronteggiar quei marrani, e tu et li tuoi valenti compagni lo siete stati.
Entrate nella mia cricca. Diventate la mia banda. La base sarà il maniero, e avrete agi e granlussi"

Che dire? Le canaglie, superata sorpresa e delusione, accettarono.
Ma perché sprecar tale folla e l'autorità presente per non declamare nulla?
Comare Inese, con gran faccia tosta, prese la man del Pietro Pietri e innanzi allo Padre Terno e al popolo di Roccasecca lo prese in matrimonio!
Inutile dire che lo Duca-Conte rinunciò di buon grado allo ius primae noctis.
E non per cavalleria.

Fine

L'EREDITA' DI ROCCA MALPRESA (4)

SALVATAGGIO


I giorni per la scadenza dei termini dell'Eredità erano stringenti, ma la Compagnia dovette prestar attenzione ad ogni mossa, e la popolazione non era certo tutta collaborativa et amichevole, ma zotica e sospettosa.

Con arguto stratagemma però riuscirono a catturare alcuni dei Farabrutti, scontrandosi anche con uno di loro che domava verri e cinghiali come fosser teneri canidi.
Ma le canaglie, ancorché equipaggiate alla stregua di straccioni e con armi assai di basso lignaggio ed affidabilità, avean la forza di Pietro, la melliflua influenza di Ganassa, la forza della fede di Comare Inese e gli incredibili burattini animati di Pacioso.
Scoprirono alfin dove era tenuto prigioniero messer Barbaglio, lo Borgomastro: alcune grotte poco distanti dal borgo.

Riposati in una stalla per evitar visite dei restanti Farabrutti, si inerpicaron per la selva oscura trovando, grazie ad alcuni infanti dispettosi ma conoscenti del luogo, la cavità pietrosa ove era custodito lo sventurato.
Con poca strategia passaron alle vie di fatto, ma i carcerieri disponevan di  via di fuga lungo stretta galleria e visti a mal partito cercaron la fuga da quel lato.
Soltanto la magia della fandonia riuscì a rallentarli e a impedire che fuggissero a dare l'allarme.

Messer Barbaglio era vivo et salvo.


Nel covo reperiron anche l'elmo del cavaliere Inesistente, e una volta restituito lo strano individuo garantì aiuto nella lotta ai banditi.
Tornarono al paese.
La sua casa era però occupata da alcuni pericolosi sgherri della ghenga dello Smilziade, e tutti i registri e lo sapere eran là custoditi.

Con altra prode missione, sfruttando imposta non ben assicurata, le canaglie penetraron nella casa del Borgomastro.
Silenti come bruma mattutina.
Invisibili come ombre del trapasso.
Fecer ratto dei ai tomi col minimo sforzo e col minimo scontro e tornaron dallo Borgomastro, nel frattempo accomodato dallo scaltro Oste, ora finalmente collaborativo dopo la prova della Compagnia, in un vano secreto dello scantinato.

Con costernazione del Pietro Pietri, a dir delle scartoffie, secondo lo Borgomastro l'esatta e justa attribuzione dell'Eredità prevedeva solo il Maniero, e non tutta la borgata.
Anche quello era meglio di niente, e l'avaro Duca-Conte passato a baciar la terra avrà avuto ben qualche ricchezza nascosta tra quelle mura.
Era tempo di passar alla pugna e cacciare la ghenga dei Farabrutti definitivamente, anche le la Rocca, per quanto malconcia, non era facil preda di assedio.


L'EREDITA' DI ROCCA MALPRESA (3)

ROCCASECCA DI ROCCA MALPRESA


Soave bosco di noccioli e castagni divideva i prodi dalla colline del paese.
Nell'attraversarlo però, si imbatteron in orrorifica visione: un cavalier senza testa infuriato, armato di lungo spadon che tutto parea tranne che di bassa lega.
Terribile scontro era nell'aere ma infin fu chiarita l'aspra verità: lo cavalier possedeva testa e intelletto, ma era invisibile.
Mai avevan visto finora appartenente a tale razza arcana: gli inesistenti.
Creature della fandonia che senza abiti svaniscono del tutto.
La creatura, dal volgare accento di Apollonia, era adirata con dei banditi siti a Roccasecca che gli avean sottratto l'elmo, lasciandolo in cotal situazione.
Pregò le canaglie, ivi dirette, di recuperarlo e in cambio gli avrebbe donato la sua pregiata arma.

Accettato lo nobile patto, la Compagnia caracollò fin dunque al borgo.


Ed eccolo nella sua bruttezza cenciosa, lo piccolo agglomerato di case guardato dall'alto da una Rocca invero parecchio trascurata e decadente.
Pietro Pietri non pensava che il suo lontano parente fosse così ben voluto e amato dai cittadini, e invece trovò lo paese in stato di tristezza e cupezza.
Tirava insomma una brutta aria.
Ma si sbagliava: al popolino ben poco tangeva del trapasso nobiliare, ed altri, avrebbero presto saputo, eran i crucci di codesta contrada.

Per fortuna tale infausto borgo era almen dotato di Locanda.
Sbiaditi caratteri su ciondolante legno recitavan "Locanda Cascina Sfasciata"
Non v'era molta gente nel locale basso e fumoso, ma tutti guardarono i forestieri.
Un untuoso oste si fece loro dappresso mentre vicino al camino un menestrello mascherato strimpellava svogliato.

Ahi che amara verità emerse da quelle quattro mura!
L'oste spiegò che Rocca Malpresa, alla morte del Duca-Conte, era stata occupata da una ghenga di banditi, i Farabrutti, guidati da Smilziade lo Smilzo.
Quei maledetti gradassi la facean da padrone come fosse tutto loro.
Le restanti guardie de Duca-Conte si era date alla macchia, a parte qualcuna che addirittura si era unita ai Farabrutti.
E riguardo all'Eredità, come suggerì lo Menestrello Mascherato, v'era poi da verificar l'effettiva legislazione, perché non era chiar se dava al Pietro Pietri solo il maniero o l'intero potere sul borgo.
Registri e leggi del posto però eran di competenza del Borgomastro, ma era sparito, segregato dai Farabrutti da qualche parte.
L'impresa era or chiara nelle loro menti: salvar lo Borgomatro Barbaglio et liberar lo paese tutto dalla piaga di Smilziade.
Il periglio però era che la ghenga avversa venisse a saper della presenza della Compagnia e dello prezioso carteggio dell'Eredità.
Ogni passo andava erudito et pensato acutamente.

L'EREDITA' DI ROCCA MALPRESA (2)

IN VIAGGIO

Passato lo necessario tempo affinché la flebil mente barbara interpretasse tali parole, il Pìlloro si rese conto della inusitata benesorte a lui giunta, ma ancor più della fretta insita in tal eredità.
Pochi giorni per giunger a reclamarla nelle lande del Falcamonte.
Fiutando affari e denari, Ganassa e Pacioso compreser in un attimo che l'omone necessitava di guida et protezione e financo anche raggiro.
Lo stesso comare Inese, che placata la rabbia per lo smerdamento, or vedeva, da buona zitella, nell'aitante Pietro un buon partito.
E così fu deciso: l'improbabile Compagnia dell'Eredità si saldò tra le strette mura dei vicoli Lungariviani.

Il primo impellente problema che tal Compagnia si trovò a dirimere fu come lasciar la città ora che i birri erano allertati e di certo v'era una taglia su di loro per i disordini.
Comare Inese però, donna votata al Padre Terno e alli Santi, conosceva monastero di probe suore nei paraggi: il Sacro Ordine delle Ciabattaie
Le sante donne dieder rifugio e cavalcatura.
Non prode destriero ma testardo mulo nomato "Juanin", insieme ad un carretto.
Travisati nel loro aspetto, e col grosso Pietro occultato tra la paglia del carro, le nostre canaglie riuscirono con qualche pronta supercazzola a lasciar le mura cittadine, varcando Porta Soprana.

La Quinotaria, terra di mare e mercanti, era separata dagli altri feudi da aspra catena di colline e monti, e il Falcamonte si distendeva dietro di feral barriera.
Si inoltrarono per mulattiere e sentieri che salivano tra i campi, ignorando tranello di laida donnaccia per proseguire a salire in passi sempre più irti.

Scortese contadino dai modi Lungariviani offrì loro altre informazioni: v'erano due vie, una più breve ma seguendo strada più ripida, e una più pianeggiante ma lunga.
Vista la fretta per reclamar l'Eredità, coraggiosi scelser la via irta trovandosi presto a bestemmiar la scelta e a massacrar le gambe.

Ma ecco finalmente il valico.
E quando giunsero in cima, strano figuro corse loro incontro dal versante opposto, come uno dimonio con ali ai piedi.
Il monaco stremato, guardò Pietro in cima al monte e lesto si inchinò scambiandolo per divina apparizione.
Comare Inese, che di Santi se ne intendeva, riconobbe il fedele: trattavasi di adepto di San Stremato.
Tali santi uomini credevano che solo portando al limite la fatica, giunti allo punto estremo, si potea giunger in cotal stato di visione mistica giungendo persin al contatto col Divino.
I savi membri della Compagnia non profittaron dello stolto monaco ma, con sua delusione, rivelaron il suo errore.
Il pio devoto comunque li benedì con sante parole che diedero maggior vigore ai loro passi

Al terzo dì di viaggio, più a valle, ecco un ponte mal messo, confine ultimo tra Quinotaria e Falcamonte.
L'arcata aveva ceduto nella parte centrale ma c'erano lunge tavole di castagno da apporre per crear un passaggio.
Dal torrione di accesso allo ponte però, aspra voce d'accento Falcamontese fermò la compagnia
"chi siete? cosa portate? un fiorino!".
Per usar tavolacce e varcar il carontico passaggio il tenace vecchiaccio gabelliere volea pecunia, e a far valer sue ragioni, nerborute guardie appresso.
Cercaron di raggirar il gabellier mezzo ciecato ma infin fu più prudente cacciar valuta ed evitar patemi.
I campi e i boschetti del Falcamonte si stendevan ora davanti a loro.
Costeggiando il Contado di Monastero Bromida, nella regione di Acque Marce, puntavano al remoto e piccolo borgo nomato Roccasecca di Rocca Malpresa.

L'EREDITA' DI ROCCA MALPRESA (1)

PREFAZIONE

In vista dell'inizio del seguito brancalonico di questa campagna, un bel riassunto per ricordare le gesta e le imprese strampalate degli eroi che conquistarono "L'Eredità di Rocca Malpresa" 

A seguire, arriverà  subito "Chi Trova un Falsario...Trova un Tesoro"....

EQUIVOCO

Lungariva, città più importante della Quinotaria: Pietro Pietri detto Pìlloro, un giovane barbaro della Torriggiana, era giunto nello ricco porto per cercare qualche lavoretto e qualche banda come si deve.
Sedute le terga all'Osteria dello Scraccio, notò un tizio sospetto farsi largo tra gli avventori et puntarlo. Aveva una strana uniforme e chi ha qualche tipo di uniforme per lui poteva esser solo un birro, un agente di Equitaglia, od qualche altro esattore o tutore della legge. Aveva perfino un rotolo di pergamena in mano. Una taglia?
Alle sue spalle, il tenue venticello di mare filtrava dalla finestra.
Davanti a se la prospettiva del gabbio.
Scelse alle sue spalle e, seduto com'era vicin al davanzale, si lasciò semplicemente cadere giù, all'indietro nelle newtoniche braccia della gravità.
Pietro Pietri non ricordava però che le strade di Lungariva sono scoscese e in salita, e anche se l'ingresso dell'Osteria era allo terreo piano, alle sue spalle invece lo livello era al primo piano.
Ma niente paura, ricordava anche che ci dovea esser un mucchio di paglia per la stalla sottostante, proprio vicino a cotal cumulo di letame.
Quando impattò, ricordò meglio: era letame da un lato, la paglia era l'altro.
Lo strillo di una donna non proprio giovane e dall'inconfondibile accento Alaziese gli fece intuire che aveva schizzato di merda pure lei.
"Ao?! A infame? m'hai schizzato demmerda er vestito pulito?!?"

Senza indugiar tempo in scuse, Pietro Pietri, felinamente riprese la fuga dal losco individuo nonché dall'infuriata donna.
In un losco vicolo nel frattempo, nella Locanda della Focaccia Ammuffita un gatto-lupesco di nome Pacioso aveva scatenato una rissa con una razza non proprio affine a lui: una pantegana di nome Ganassa.
Tutto era nato per un tentativo di baro alle carte.
L'alterco, vista la presenza dei numerosi "camalli", i portuali locali ,era presto degenerato e i due colpevoli d'averla iniziata furono fatti accomodare fuori senza usar porta alcuna, ma sfondando la sporca e fuligginosa vetrata.
I due missili animaleschi centrarono in pieno il Pietro in fuga, seguito dal misterioso Agente e dalla donna dal buffo accento, comare Inese
Si guardarono tutti negli occhi, confusi, in uno stallo di chi riconosce la delinquenza negli occhi dell'altro.
E in quell'attimo di troppo, ecco giungere i Birri di Lungariva pronti a ristabilire l'ordine e metter in gattabuia qualche lestofante.

L'intero gruppo, in una tregua d'intesa, mulinò le gambe svicolando tra vicoli sempre più stretti fino a giungere stremato in una piccola piazzetta fatiscente riparata dal caos portuale e cittadino.
Il povero Agente li aveva seguiti e riuscì finalmente ad aprir bocca e fugar ogni equivoco: non era un cacciatore di Equitaglia, ma un messo del Regno del Falcamonte.
Doveva recare un papiro timbrato.
A quanto pareva il Pietro Pietri, detto Pìlloro, aveva avuto una botta di sedere.

Lo documento, che per altro il Pìlloro non sapea legger, declarava:

Visto
lo infausto et deplorevole decesso dello Duca-Conte PierMatteo Barambani Ettore Cobram II
Et visto che lo deceduto non lascita eredi, filii, et parenti viventi ma solo tristi trapassati.
Et visto la ricerca attenta nello albero, nelle piante e perfin dei germogli genealogici.
Lo governo di Falcamonte nella persona del guardasigilli tesoriere Uguccione Latrabene
Decreta:
che La Dimora nomata "Rocca Malpresa" et l'eredità titolata dello Duca-Conte vada al nipote di secondo grado del cugino del trisavolo dello Duca-Conte, nella persona di Pietro Pietri di Fioraccia.
Ultima personam rintrancciabile.

Il guardasigilli conferisce pieni poteri allo messo comunale per la consegna di tal atto.

La mancata rivendicazione entro lo decimo giorno dalla consegna farà scattare lo lascito dei terreni e dei possedimenti ai Contadi e Feudi attigui di Acque Marce, Novi Lugubre e Viavada

*timbro e firma*