mercoledì 6 novembre 2024

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (7)

CAPITOLO 7 - Lotta ai trigliceridi


Per ritrovar la Contessina o le sue guardie, era meglio non portar le terga di nuovo al Mercato.
Li, con tutta probabilità, erano in agguato spie o agenti.
Quella Santa Donna di Comare Inese, però, oltre a conoscer una cifra di Santi, conosceva le Chiese.
Decisero di puntar alla Chiesa di San Mordente, patrono dei rassegnati, dei vessati e perfin dei dentisti, vicina al Palazzo Nobiliare del Conte e un vecchio prelato rantegoso ammise, non dopo modesta reticenza, di poter contattar la pulzella.
Dovuta la necessaria offerta di pecunia all'ecclesial aiuto, Inese riferì le novelle agli altri.

Tornaron allo meriggio, ma non giunse Lorda Virginea Di Malespine.
Giunse invece una figura cenciosa, ma sotto lacero mantellone rivelossi uno birro.
Uno della guardia della Contessina.
Disse che la giovine era ora in punizione, e pure i suoi birri personali squalificati a mansioni tediose o pericolose che proprio avrebber evitato, perciò di riferire a lui.

Qualcosa si illuminò nella capa del Pacioso, e il glabro gatto rosaceo si propose di risolver uno dei compiti delle guardie, e in cambio loro avrebber poi aiutato con le faccende di legge e galera riguardanti Bragallo.
Lo birro parve assai sollevato e ansioso di accettare.
E questo forse non era un bene.
Cosa mai dovevano fare al posto di quei soldati?
L'homo spiegò che gli avean ordinato di andare nel quartiere dei sapori ad eliminar una pericolosa minaccia vagante, un abominio, un alimentale evocato chissà come, ma che tenevan famiglia e col cappio che volevano immischiarsi in cose magiche e stregonesche.
Che ci pensassero dunque le canaglie.
Il periglio non era il lor mestiere?

Riferito questo ai compagni, la preser ben in diverso modo che le guardie.
Lo Gerundo poi fu entusiasta: nella colesterolica mente del bottaio, dilaniar un Alimentale di Polenta vicino al forno chiamato Lo Sfilatino Speciale non era affatto un periglio, ma una grande abbuffata.

I baldi eroi, ancor incosapevoli dell'orrore, marciarono verso il negozio del fornaio, ma pria facendo tappe da vari venditor per armarsi di lungo rimestoni da polenta in legno massello, e Gerundo pur di una grossa toma de vacca in guisa di scudo.

Villici in panico correan nella direzione opposta alla loro, e capiron che la via era retta e justa.
Altri popolani più curiosi e incoscenti stavan fuori dal forno, e il fornaio, un homo butterato e dal culo basso, disperato venne loro innanzi
"L'alimentale! me sfonda 'a bottega!"

Un buon profumo proveniva dalla porta semiaperta dello Sfilatino Speciale.
Fecer capolino sbirciando.
Pagnotte e michette, sacchi di farina, cereali e torte sparpagliati tra gli scaffali mal ridotti, come una furia creudele fosse passata mietendo danni.

Nella stanza a fianco, col grosso forno ben caldo, si ergeva un ammasso enorme di polenta taragna. Pugnali e armi improvvisate conficcate in essa come spuntoni di istrice, salsicce e sughi vari trasudavan, insieme a membra di qualche sventurato inglobato nel caldo e bramato alimento.
Il coperchio dell'immondo paiolo che l'avea partorita ancora in testa a mo' di elmo.
Gorgheggi e un ribollir "Blh.BL..Bl..Blhg" era sua unica lingua, anche se un basso ripeter "Taragna" avrebber giurato d'udir quando colpiva.

Ciò che per alcuni era orrore inspiegabile, per altri era acquolina in bocca.
Gerundo alzò lo scudo formaggioso per attaccarlo riparandosi dal calor, mentre Comare Inese rendeva santo il suo rimestone, colpendo quella che immagivava fosse il teston della creatura.
Ahi!
Ustionante sorpresa colse le fauci del bottaio quando morse a ripetizione l'animato banchetto.
E pur Inese avvertì 'l brucior colpendolo appresso.
Pacioso usò i suoi burattini per restar a distanza, cnn e le freddure e i colpi di scudo del suo Romualdo freddaron la massa pulsante, perfin da rallentarla.
Rallentamento determinante a farla corcare di altre mozzicate e mazzate, che però costavan care e ustionavan gli attaccanti, tra santi e bestemmie.

Lo Dottor Pio invece, cauto o forse meno affamato, restava a distanza colpendo con dardi magici infallibili, prodigio di stregoneria su cui poi i suoi compagni avrebber dovuto rifletter.
Dottore? Ma dottore de che?? Un gobbo è inquietante, ma un gobbo che usa il neroparlare e le male parole attingendo poteri oscuri chissà da chi, chissà da dove, o chissà da qual dimonio, è pur peggio.

Stremati di energie, ustionati, ma di sicuro almeno sazi, i Fratelli di Taglia continuavan senza tregua a incalzar l'enorma massa ustorea e saporita, che a volte si gettava loro avanti travolgendo, inglobando, soffocando.
Il burattino Romualdo finì in pezzi.
Pacioso guaì.
Gerundo allo stremo.
La toma ormai sciolta.
Anche lo gobbo, travolto, era paonazzo e respirava a fatica.
Si rischiava di tirare il gambin in quello scontro.
Ancora un morso...
E finalmente cadde.
Poltiglia ora immota e immobile.
Ma stanchezza e ferite gravi ancora non avean reso paghi i quattro, che fecer rumori e continuaron un finto immaginario combattimento, sbraitando per tener lontani villici curiosi e nel frattempo infrattarsi filoni, rosette, spezie pregiate e pur i risparmi del povero fornaio.
E poi usciron.
Malconci, infarinati e unti.
Ma eroi.
Acclamati dalla calca delle povere genti locali, incredule di tal coraggio o incoscienza.
Della nuova taglia per saccheggio, ancor nessun si preoccupava, neppure il fornaio che per il momento vedeva in loro Santi Vendicatori mandati dal Padre Terno.

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (6)

CAPITOLO 6 - Infamate e come sfuggirne


Come 'na mano scaramantica che se stringe alli testicoli, EquiTaglia si stringeva allo spoglio lugubre edificio.
Le esortazioni da fuori, urlate dal colui che era a capo, erano a ceder lo passo e uscir a meritar penitenzia et manette. Ma di queste si fecer beffe.
Le esortazioni invece dello Straniero furon prese ben seriamente quando guardando tra le fessure delle assi rabberciate che bloccavan le finestre vider che la masnada di Agenti e Cacciatori di EquiTaglia insieme ai loro sgherri snudava ferri, arnesi, torce e balestre chiudendoli in una morsa.

Gerundo caricò la porticina sul retro ma dietro di essa eran appilate pesanti casse, che tosto risposer scricchiolando ma tenacemente resistendo.
Evitando di perder altro tempo a forzar lo passaggio, preser le scale lesti come scoiattoli e corser fino a sfondar le finestre che davan sulla copertura del magazzino.

Ah! Infingardo tegolame fece loro brutti scherzi, umido e scivoloso di muschio, incrostrato dal tempo e mal messo, quel tetto con la pioggia recente e il nebbiume imminente era assai instabile.
Pacioso, troppo confidente, scivolò fin quasi a volar di sotto, ma gattescamente saltò di nuovo su, come in groppa a bizzoso destriero, verso la fuga.
Il Dottor Pio (ma dottore poi di cosa? qualcun cominciava a chiedersi) usò l'arte arcagna per attuttir lo volo nel selciato, una volta che spiccaron atletico salto dal tetto.
Nel mentre tra le tegole piovevano quadrelli, che le balestre mica scherzavano.
Due sgherri arrivaron da vie laterali, ma il gruppo evitò la pugna e partì come se un doman non ci fosse, dritti per dritti nel vicolame cittadino della sera.

Lo Straniero favellò di ritrovarsi tutti alla Bettola della Torre Grigia, poi tirandosi prodescamente dietro due inseguitori, sparì in stradina laterale.
Di tanto in tanto qualche quadrello ancor pioveva, come imprecazion nel silenzio, a rischiar che le loro interiora diventassero esteriora lordando lo selciato (già lordo, invero).
Giunti in vicolo tranquillo, il lor calpestare il terreno adirò cagnaccio randagio che vide Pacioso, e si sa che cani e gatti non van d'accordo.
Il gatto lupesco prese sottogamba l'insidia, pensò di schivar lo proiettile cagnesco con grazia felina ma invece fu impattato e ruzzolaron con grugniti animaleschi, e ora Pacioso, superato dalli compagni, era in coda al gruppo, e alla masnada di insidiosi inseguitori si unì pur il bastardo quadrupede.


"Dividemose!" urlò qualcuno. E parve a tutti saggio consiglio, così da disorientar li nemici.
Comare Inese svoltò a sinistra, lo gobbo Dottor Pio a destra, e Pacioso non capì una funcia e proseguì appresso al Gerundo con lo sbavante cagnaccio ai calcagni.
Grazie ai suoi artigli svoltò slittando come novello driftatore in un vicolo scivoloso, e lo cane blisdò su quelle lucide pietre umide che ne avevano visti tanti di calcagni, schiantandosi e guaendo sconfitto.

Comare Inese, in fondo a stretto vicolo vide la luce di una piazzetta, quasi luce divina, poi notò assembramento di tristi popolani costernati, capì... e sorrise.
L'avevan seguita in due marrani, ma quando giunsero in piazza, vider funereo corteo di un plebeo funerale.
Poveracci e gente del volgo stretti in processione dietro una bara rabberciata e malfatta.
Donne con veli, grembiuli e cuffiette, quasi tutte uguali ai lor occhi. 
E Inese li in mezzo quatta quatta.
Poi vedova incosolabile si azzeccò piangendo, con lamenti struggenti ad un dei due che cautamente si era avvicinato a fugar sospetto, e il dolore e lo struggimento parean ben più grandi del sentir i manrovesci dello sgherro per liberarsene.
I due alla fine spariron lesti imprecando diversi Santi e pur li mortacci del funerale.
Il Dottor Pio aveva un sol marrano sulle sue tracce, e pensava di farla franca, ma la distanza tra lui e l'inseguitor si abbreviò quando incrociò carretto di vasellame e provando a scivolarvi sotto incocciò invece con la gobba sull'asse traverso.
Lo gran colpo fece bestemmiar l'infoiato carrettiere e volar cocci di vasellame in ogni loco.
Dottor Pio Magnaguai, a corto de fiato ma non de idee, vide che l'inseguitor giungeva ormai appresso ben vicino.
Lo gobbo forse non portava fortuna, ma neppur era da essa favorito perchè da una via opposta incrociò per giunta altri agenti di Equitaglia
Girò su per delle scalette e giunto ad un incrocio notò un rudere in cui tuffarsi.
Le arti arcagne, la cui provenienza è meglio tacere, lo aiutaron a mutar forma e sbucò da la dietro in guisa di Agente.
Incrociò gli altri, ignari, che di nulla si accorsero e venner da lui depistati in altri lidi, mentre ghignando lui andava altrove.

Ben tre cacciatori eran dietro il grasso bottaio e il gatto lupesco, che zigzagavano nelle stradine bagnate e sempre più buie.
Procaci poppe bocciute esposte in balconato vestito sbarraron la via: due meretrici navigate che avean più anni che esperienza, e più bruttezza che igiene, forse non capendo il loro impellente problema, tentaron di adescar lo trafelato duo.
Gerundo non abbozzò di rallentare, prese le due sotto le ascelle, come un Frangese porta una baguetta, e caricò all'interno dell'uscio del lor postribolo.
"Sbarra la porta, Pacioso!"
Denudate le due, i due improbabili fuggitivi si vestiron da troioni coi loro abiti e si buttaron sotto pulciose lenzuola.
Potenti colpi detonaron su sgangherato uscio della casa chiusa ora aperta.
Una delle due aprì.
Mentre uno restava fuori, altri due sgherri indagarono a fiutar la preda.
Capita la situazione, una delle due baldracche li depistò dicendo che i corridori avean preso finestra come novelli saltatori, ma lo sguardo dello sgherro andò alla massa sotto le pezze pezzenti.
Ciò che vide lo lasciò sgomento e lo Padre Terno mi fulminerebbe financo a scriverlo.
Pallido e indignato, proseguì inseguimento dalla finestra, verso l'ignoto.



La prima a giungere alla Bettola della Torre Grigia fu Comare Inese, grazie alle indicazion de lo prete funeraleo.
Davvero brutto era quel quartiere, sicuro rifugio per feccia di vario tipo, e non da meno era quella locanda, ricavata da una imponente torre abbandonata.
Entrò nella sala, dalla caratteristica pianta rotonda.
La sala era semivuota.
Un vecchiardo scatarrava su una zuppa in un angolo vicino al camino, un oste sfregiato sputava su un boccale per mondarlo meglio, e una marionetta vivente nomata Cicchetto, orrenda parodia di un oste con le gote arrossate, sbucò dalle cucine per servir la Santa Donna.
La voce dello Straniero, dal pian superiore che si affacciava sulla sala, la salvò dalle sue attenzioni.

Come nidiata di anatroccoli separati dal materno amore, tutti gli altri membri dell'affaticato gruppo si ritrovaron uno dopo l'altro nella bettola, riunendosi e decantando le lor argute strategie di fuga.
Lo straniero si presentò come Raniero Scaverzi, dicendo che Ugo gli aveva salvato la vita coi suoi intrugli quando era rimasto ustionato, e che ora volea aiutar per saldar lo debito.
"Socmel! Stai dicendo che sei riuscito a telare da EquiTaglia e a ciulartene pure due mentre scappavi? mo da oggi sei il mio nuovo idolo!" Esclamò sorpreso quando giunse il momento del racconto di Gerundo.

Ma non era il momento di baldoriare.
Eran stati fregati e sospettavan che prima di loro il povero Bragallo avea fatto l'istessa fine, magari proprio nella istessa vineria.
E aver novelle di lui significava ora sporcarsi le mani coi birri.
Qual strategia attuare?

Il losco oste, tal Francisbaldo, offrì loro a caro prezzo una mappa dello Palatio de Justitia, loco dove si esercitava l'insindacabile legge del Contado di Malespine, ove azzeccagarbugli, fanatici ultralegali, EquiTaglia, aspiranti eruditi, studenti e birri erano a casa come mosche su boazze di mucca, e ove i detenuti venivan appunto detenuti, in attesa di pronunzia e sentenzia.
La dentro di sicur v'eran novelle sul catturato.

Pacioso però fece notar che altra strada, magara anche men rischiosa, era attuabile: lui avea aiutato la Contessina, e il pugno di Birri a lei fedeli era in debito, e se non in debito perlomen lo conosceva e chissà, si fidava.
Forse era più sicuro rivolgersi a lei che a infilarsi in quel ginepraio di guardie e giudici, in quel Palazzo tanto abietto.
Nel dubbio la mappa fu comprata ma per pria cosa avrebber seguitato con l'idea del gatto, sperando non diventasse un piano alla membro di segugio.
Le spesse pareti della torre-locanda permisero loro di riposar tranquilli dal russar del Gerundo, mentre Raniero tornò dalla Locanda della Laida Baffona, ormai infrequentabile visto il guaio con EquiTaglia, riportando il povero mulo Juanin.
Erano pronti per un'altra nebbiosa giornata a Novi Lugubre.


mercoledì 23 ottobre 2024

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (5)

CAPITOLO 5 - Nella Vecchia Vineria ia ia oh!


Giunti innanzi a tal fatiscente struttura a due piani, la magia svanì e quel tenace e rivelatore colore ricomparve sul lor compagno.
Qual malefico intruglio era così indelebile? E come si toglieva?
Un alchemista o un cerusico necessitava? O persin 'no cuoco o 'na sguattera esperta de pulizie e mondar le macchie?
Soluzione estrema fu bruciar li peli, e il misero Pacioso si ritrovò senza pelliccia, come un pollastro pronto a cottura, parodia rosacea di glabro gatto lupesco alopecioso.
A peggiorar le cose, ironico contrappasso, Comare Inese gli donò il mantellin di pelle di sorcio trovato nell'avventura precedente a Roccasecca.

Con la colonna sonora dei lamenti affranti del compagno, entraron cauti nella ampia struttura, in attesa del palesarsi del Bragallo.
Batteron lo stabile di stanza in stanza, tra detriti e ciarpame, per cavar qualcosa di utile..invero sol qualche ramino e uno strano intruglio, poi trovaron scale che buie chinavan nelle cantine.

Illuminate le volte pietrose con prodigiosa luce, scorsero segni e tracce di presenza umana, macchie di sangue e persin un dente.
Era un loco di segreti pestaggi?
E di chi? Birri? O Tagliagole?
Assi scricchiolanti sulle loro crape annunciaron loro presenza estranea.
Si acquattaron come scarrafoni che scoperti in fallo cercan fessura, in attesa.
Passi dalle scale.
Tensione crescente, come il ritornar di certi spiedini del mercato.
Poi una voce dall'accento criminese
"Sòcc'mel! mo dove vi siete infilati? Ranzate via da li che v'han venduti! Arriva EquiTaglia!"
Lo Straniero, strano tizio, magro, alto, e incappucciato si accompagnava a malconcio spadone che aveva tante tacche da andar in tanti tocchi al prio colpo e quel poco che si vedeva dello volto era pien di sfregi come leggere ustioni.
Li avea seguiti da tempo, perchè anch'egli in cerca dello falsario volturniese.
Ed era giunto appena in tempo, perchè i cacciatori di EquiTaglia, avvisati sicuramente dal gran bastardo del mercante, erano pronti a circondar l'edificio in un abbraccio inesorabile.

Ogni lor malefatta annotata.
Ogni lor guaio conosciuto.
Ogni lor reato pronto a chieder conto.
Tagliar la corda diventava imperativo assoluto, prima di tante altre domande sul misterioso straniero.
"Sòcc'mel! Ci lasciam la ghirba tutti! via da qui!...Fuggite, sciocchi!"

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (4)

CAPITOLO 4 - Piazze, piazzisti e piazzate

Il velo scuro della notte era calato sulla Laida Baffona, e uno sghembo gruppo de individui fissava il Panzamolla riprender facoltà mentali, per quanto poche quel mezzo morgante potesse averne.
Quando prese a favellar, ammise di non conoscer Ugo da Volturnia, ma ricordava che Bragallo settimane prima era in compagnia di un volturniese dai buffi baffi.
Tal Bragallo era proprio il contatto di Ugo a Novi Lugubre, ed erano dunque sulla strada giusta.
Panzamolla consigliò, per trovarlo, di chieder al mercato a tal losco mercante Procopio di Bassalanga.

Gerundo intanto, infoiato, fece ratto della malcapitata cameriera Fernanda e i compagni dovetter provvedere a finir lo servizio e le pulizie alla Locanda, ma almeno ebber sconto dall'Oste.

Al mattino eran pronti per proseguire le ricerche, ristorati nel sonno senza lo russar del Gerundo, e colmi delle novelle raccolte in locanda.
Oltre alle indicazioni di cercar al mercato, avean sentito di viandanti che riferivano di colonne di fumo a est, e di monete false trovate in giro...monete con l'effige della famiglia Cobram, monete di Roccasecca: segno certo dello passaggio dell'infingardo Ugo.
C'era voce anche di un lavoretto per abile scassinatore richiesto da un misterioso patrono.
Tal lavoro si potea approfondir alle stalle vicino al mercato. Anche se la parola "serratura" sapean a malapena pronunziarla, ma forse si aspettavan di forzar qualche uscio.

La piazza del Mercato di Piazzetta di Fangopiano era già un brulicar di tutta quell'umanità umile e verace di Novi Lugubre.
Piazzisti di merci improbabili e scadenti, verdurai, vasai, bancarelle di cibi di dubbio gusto e igiene, zappe, utensili, cestini e cordame, accattoni e truffatori.
Mentre si aprivan strada tra la folla verso la bancarelle, notaron loschi figuri armati, come fosser birri che nascondon (malamente) identità, che scortavan esile figura ammantata verso le stalle.
Ma non era affar loro.

Lo gruppo puntò dritto verso un pelato, sicuri di aver individuato mercante nomato Procopio.
Dopo aver mercanteggiato per valutar l'homo, Dottor Pio azzardò l'uso di fandonia per stregarlo e renderlo amico, ma truffar 'no truffatore è come cornificar 'na meretrice: inutile.

Si inalbera allor lo Procopio e minaccia di richiamar Birri e Guardie, Gerundio fa per agguantarlo per la collottola ma Inese e Pacioso si offron subito di comprar i suoi intrugli a prezzi orsù maggiorati.
Non c'è come conio che calma gli animi, specie i più abietti e avidi, e riportata la situazione alla civiltà, Procopio, all'inizio un po' stupito che cerchino Bragallo, ammette di saper di lui, e che può organizzar incontro riservato.
Dovran trovarsi alla vineria abbandonata nel margine sud del quartier basso.

C'era tempo dilapidar dunque nell'attesa, e la curiosità portò i quattro verso le stalle, per veder dov'eran finiti quegli strani birri camuffati.
Stalle vuote disser chiare: i birri sono iti. Resta tama e afror di bestia.
Uno servitor però, che spalava paglia e letame, chiese loro se eran li per lo lavoretto.
Lavoretto?
"Aahh..per quello delle porte?" chieser allo sdentato fattore.
"Porte, niuno abbisogna di aprir porte" perplessa replica giunse
"ma si..nun cercano uno per aprì 'na porta?" replicò Inese
"Non saccio di porte..ma si, cercan scassinator e grassator assai abile"
Nessun dei quattro, tra loro talenti, se di talenti si può parlare per tal marmaglia, avea idea di come violar serrature.
Ma per qualche gransoldo il mestier si impara in fretta e Pacioso carpe diem e gettò candidamente candidatura a tal eroica impresa.
In fondo le abili dita del burattinaio eran solerti e leste nell'usar pupazzi e burattini, che differenza potea far maneggiar piccoli arnesi atti allo scasso?

Passò poco dalla candidatura, che uno di quei birri ammantati, dalla faccia squadrata e minacciosa, prese e condusse seco ad abitazione perimetral allo mercato.
Dentro, gli altri tre a braccia conserte lo studiano scettici: l'impaurito gatto lupesco non ha l'aria di Mastro Supremo Scassinatore.
"Sono qui per la porta" ripete incerto.
"Ma quale porta, è ben altro che si chiede si scassinar..." ridacchiano i tipacci, e lo sbatton al pian di sopra.
Sul letto, una donna coperta da una cappa a serbarne l'identità lo attende ansiosa.
Voce e movenze non son da basso volgo mentre si alza e lascia cader lo straccio, rivelando abiti succinti e inesistenti.
La contessina Lorda Virginea da Malespine. Figlia diletta del Conte di Novi Lugubre.
Ohi ohi, Pacioso inghiotte fardello subodorando guai e cappio imminente.
La donna impudente scosta mutandona e mostra machiavellica e prodigiosa cintura di castidade.
Ecco svelato lo arcano.
Ecco svelato l'equivoco.
Ecco svelata lo novo guaio.
La povera Virginea, che a parer di Pacioso di virgineo deve aver giusto ormai lo nome, ha bisogno di liberarsi di tal impedimento per continuare a divertirsi coi suoi amanti.
Cosa di cui dubita l'arcigno padre Brenno da Malespine sia d'accordo, avendo apposto siffatto sigillo.
Di fronte alla nobiltà di famiglie cos' bizzose, Pacioso lo sa, non c'è spazio per fallimento.

Lorda Virginea lasciò cader le terga sulla branda e teatralmente aprì le eburnee cosce a favorir lavoro.
Sudor colava tra la pelliccia da gatto lupesco mentre con le piccole armi dei suoi burattini, usate a guisa di grimaldelli, allungava le zampe verso le blasonate pudenda.
In ballo v'eran 10 Gransoldi, e forse pur la vita del Pacioso.
Da fuori, i tre compagni, guardavan la guardia e la casa, chiedendosi che combina lo gatto, e poi sedettero a gustar spuntini locali.
Tlak..tlik..clic... San Culone patron dei fortunati parve assister l'audacia del burattinaio e la prima grossa serratura cedette.
Clik..clak..trak!!! 
La seconda serratura, sospetta e circondata da strano marchingegno, esplose rilasciando sbuffo di vernice rosa forforescente che imbrattò Pacioso da capo a piedi.
La nobildonna urlò sconcertata, semper più dubbiosa sulle abilità del cialtrone, ma lesto lui riprese a smanettar sulla terza serratura.
Peggio di prima: ruppe l'attrezzo e fece saettar ago velenoso e infido.
L'anticorpi del gatto,forse temprati dalla birra di Frate Schrodingo, si fan beffe di tal tossina.
Pacioso passò dunque alle maniere forti e coi poteri dei suoi burattini spaccò disperato l'infernal chiusura.
Restava quella esplosa di colore.

In piazza, nelli medesimi istanti, folla si zittì intimorita all'inceder truce e al palesarsi di pavesati lancieri armati, fasciati nell'araldica di Novi, guidati dal famigerato e temuto Acuto da Malespine, il figlio (bastardo, dicon malelingue) del Conte nonchè siniscalco cittadino e Mano ufficiale del padre nelle faccende spiccie.
Tutte le canaglie in piazza drizzaron peli fiutando guai, compresi i tre compagni di Pacioso.
Lo sguardo acuto di Acuto penetrava ovunque in cerca di chissà cosa, ed eccolo la, fermarsi sul birro travisato dalla porta.
L'uomo conosce i suoi homini, e l'imbarazzo tradisce il guardiano.
Lesti, soldati e siniscalco puntaron verso la porta.
Il birro fa una bussata in codice ad avvertir camerati.

Si dirà che ci sono momenti, nella vita, dove il tempismo è tutto.
Intervenir nel momento giusto può salvar la ghirba ad un fratello.
Intervenir nel momento giusto può regalar quell'attimo che la fa sfangare.
Momenti in cui il giusto fa la cosa giusta.
Momenti in cui nessuno può star seduto a guardare.
Ci sono momenti nella vita da non lasciar passare...
Ma gli spiedini eran boni, lo sidro pure, e i compagni ignari se il Pacioso si stesse divertendo o meno. 
Quel momento dunque passò.
In fondo..birri contro birri, quando mai ricapitava? Spassoso.
Nella casa gli altri birri terrorizzati avvisaron la contessina che nello spavento chiuse le regali cosce sullo cranio gattesco con un tonfo sordo.
"non c'è tempo, Contessina!" intimò lo guardiaspalle.
Tenacia però guidò la donna a ricomporsi e a imporre imperiosa al Pacioso di far l'ultimo tentativo.
Disperazione e buona sorte aiutaron il disperato cialtrone dall'indelebile tonalità rosa e anche la terza serratura cedette.
Con un bacio e una sacchetta di gransoldi, Lorda Virginea in quella livrea poco regal e più da baldracca, con pudenda al vento si congedò e corse via sui tetti coi suoi birri.
Proprio nel medesimo istante Acuto fece irruzion mettendo a ferro e fuoco l'appartamento, ancor più inferocito quando notò le macchie rosa che denunziavan la violazione dell'inviolabile.
Ogni gradino salito da Acuto è un passo verso il cappio.
Ogni passo verso il nascondiglio è un colpo al cuore.
Se lo scopron è cappio certo
Se non lo scopron ma poi lo vedon tinto di colpevol colore, uguale.
E se non è cappio, lo spellano. O lo lapidano.
La tensione è tale da poterla segar col fil come polenta taragna.
Pacioso nascosto in cassapanca pregò diversi santi, da San Ciecato che non lo vedessero, a San Fuggenzio o San Culone, fino ad aver intuizione di crear suono illusorio a depistar quello sciame di aguzzini, poi si gettò dalla finestra fin nella piazza, proprio di fronte agli imperturbabili compagni.
Sol il Dottor Pio, vedendo l'inusual color troppo spiccante, capì subito che era meglio coprirlo e con piccolo trucchetto magico mutò la pelliccia di Pacioso.
Per consolarsi lui contò i gransoldi, oro vero, nella piccola sacca di cuoio:
1,2,3,4... 8...OTTO? Quella gran nobiliar baldracca!

Era meglio portar via gli zebedei da quella piazza or troppo attenzionata dalle guardie, e finire nelle ire del crudele Acuto era cosa da evitar assai.
Come se niente fosse caracollaron tranquilli e senza destar sospetti in cerca della vineria abbandonata.
Ivi, la speme era di trovar finalmente traccia concreta e notizie certe.
Nonché incontrar sto maledetto Bragallo Senzaterra.

mercoledì 16 ottobre 2024

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (3)

CAPITOLO 3 - "Botte" a Novi Lugubre

Novi Lugubre, sinistra nomea e ampio feudo del Basso Falcamonte.

Molti degli abitanti preferiscono considerarsi persin della Quinotaria vista le poche leghe dallo confin.
Governata col pugno di ferro dal Conte Brenno di Malespine, tramite il Siniscalco nonché figlio Acuto di Malespine, e la sua emanazione a capo dei birri locali: Capitano Fosco de'Malanni.

Ma lo panorama ecclesiale non era da meno, con la presenza del Cardinal Scateno Santerzi Crudenzi III, noto per posizioni estreme nei confronti di razze non-umane, fandonia e arcanismi vari, nonchè amante di roghi per dilettar lo volgo.

Ed era li, di fronte a loro, quando arrivarono verso sera, avvolta da nubi basse pronte a divenir nebbia che piscia, con le sua mura, pronta a chiudersi su di loro con la sua inospitalità.

Mancava poco allo rintocco di campana che sanciva la chiusura dei cancelli e allo porton meridionale c'eran disordini tra contadini e pezzenti vari respinti dalle guardie.
Per evitar parassiti e malattie e promiscuità (che comunque non mancavan) si pagava 1 ramino per ogni animale che si voleva condurre dentro le mura, così da limitar lo numero.
E le guardie volean far pagar 1 ramino per lo mulo, ma anche per l'offeso Pacioso.
Sol dopo lunga supercazzola e discussion le zelanti guardie furon convinte che Pacioso era hominide, tanto che lo gatto lupesco fu spacciato persin per uno sfortunato infante colpito da raro malanno ipertricotico.

La sera giungeva insieme alla pioggerella fine ma disturbante come scoiattolo nei maroni, e si affrettaron a trovar loco atto a svernar la notte e riempir le panze.
Tal loco si manifestò loro qualche isolato dopo nelle fattezze di una imponente bettolaccia a due piani titolata "Taverna della Laida Baffona"
Lo puzzo e rumore umano accolsero i viandanti, insieme a Berto il Mai Asciutto, oste e titolare che deluse chi si aspettava una padrona baffuta, retaggio invece di precedenti proprietà.

Certi postriboli eran da sempre terreno fertile non sol per lo appetito delle canaglie, ma per trovar notizie e informazioni, ma il Berto non sbottonò confidenza sull'aver visto Ugo da Volturnia.
Certo è che lo terribile ritratto a carboncino non aiutava molto.
L'Oste però sussurrò di provar a cercare l'indomani al mercatino li vicino.

Mentre Gerundo era perso nel corteggiar l'attempata cameriera Fernanda, entraron tre buzzurri nerboruti dal pesante accento dell'Alazia, di Porto Patacca per amor di precisione.
Come a tornar ragazza, Inese si sentì a casa con quei grevi accenti e si ridestò dai propri pensieri di zitellaggine riconoscendo un dei tre: Baffo, detto il Califfo.

Li marcantoni allestiron per sprecar pecunia al noto gioco "Botte alla Botte", e Gerundo non si tirò indietro puntando da par suo monete equivalenti.
Scolaron diversi boccali di birra, come regolamento impone, e avrebber tirato tanti colpi dal manufatto quanti boccali avean bevuto.
Cominciò Panzamolla, gigantesco barbaro dell'entroterra alaziese, visibilmente piegato dall'alcool, poi Baffo e Gerundo, e infin lo terzo alaziese: Du Boccali


Manate e papagni si alternavan colpendo la robusta botte, rinforzata segretamente dall'Oste perché se alla fin non si derosciava, la posta andava tutta a lui.
Gerundo, basso più della botte, ma forte quasi come il Panzamolla, andò invece a menar di nocche con inusitata violenza spandendo monete e schegge di legno nella fumosa locanda.
Fortuna per tutti, i tre poco di buono, per quanto teste di prepuzio, eran sportivi e si unirono molestamente allo tavolo dei nostri a festeggiar e bere per la gara.

Lo Dottor Pio provò a buttar li qualche domanda per sondar lo terreno sull'Ugo e il contatto Bragallo, e forse proprio Panzamolla sapea qualcosa.
Se sono non fosse stato sbronzo.
Ma in fondo c'eran sempre li Santi. E a San Crispino si affidò la santa donna Inese per depurar lo bruto e far tornar lui favella.
Cosa avrebbe rivelato?


CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (2)

CAPITOLO 2 - Deviazioni, deviati e processioni.

La strada de fanga secca proseguiva verso il Ponte della Masca, ma prima di arrivare a tale mirabilia dell'epoca Draconiana il gruppo incontrò uno bivio.

Un misero cartello di legno indicava la direzione della strada maestra verso lo ponte tramite un infantile disegno stilizzato, visto che una scritta sarebbe stata utile a pochi in quelle campagne intrise di ignoranza e analfabetismo.

La cosa preoccupante però furono le tracce: numerose impronte, ordinate e in fila, di parecchie persone. Il tutto condito qua e la da qualche macchiolina di sangue.
Un gruppo di banditi o sbandati non avrebbe lasciato tali segni così ordinati e allineati.
Si trattava di un gruppo militare o comunque addestrato, forse un'orda sanguinaria con ancora le armi grondanti sangue?

Nel dubbio, anche se la direzione da seguire e la stessa, le canaglie presero la via opposta: quella dalla quale le impronte provenivano.
Non c'era alcun cartello ma Pacioso sosteneva che verso nord dovesse trovarsi una Abbazia, e Gerundo attirato come falena presso lumen, già sognava di gozzovigliar a sbaffo li manicaretti genuini.
Ahimè per lui, trovarono l'Abbazia fortificata ben protetta da passaggio levatoio ben chiuso.
Lo Monastero di San Gagliaudo sorgeva infatti ben protetto, rifugio e ritrovo di devoti alli Santi più disparati e diversi
Piangendo commiserazione e usando biechi trucchi riuscirono a convincer l'anziano Frate Stobeo ad aprir lo varco, stipulando patto alquanto bizzarro.
Affittavano la felina grazia di Pacioso alli monaci per ciapare li rat nelle cantine, in cambio di ospitalità e desco.
Ma lo povero gatto lupesco, poco convinto di tal laboro, fu coinvolto anche in strambo esperimento da monaco di origini altomanne, tal Padre Schrodingo.
Di tutto questo erano ignari i compari, intenti a gozzovigliar tanto che lo Gerundo quasi trapassò all'inferno dallo tanto mangiar in uno scoppiar di budelli.
E mentre tale abbietto individuo defecava nel torrente, e Comare Inese si prostrava in preghiera nella Cappella innanzi al Chiostro, il Dottor Pio scendeva nelle anguste segrete per recuperar lo gattesco compagno chiuso nella cantina.
Raggiante, lo frate Schrodingo rivelò che Pacioso era stato rinchiuso nella cantina e la birra era avvelenata.
Era stato indotto in peccato di furteria e l'aveva bevuta?
Era morto?
Era vivo?
Finché cantina non fosse stata aperta, secondo lo Frate, Pacioso era in una prodigiosa condizione: era sia morto che vivo!
In realtà Pacioso, seppur di malavoglia, avea fatto ratto di ben otto ratti.
E invero persin assaggiato la birra, ben poca perché la trovò ben grama.
E questo, oltre la sua costituzione (o al fatto che avea sette vite?) lo salvò dal veleno

Pacioso era vivo.
Padre Schrodingo un po' deluso, e Fra Stobeo contento per la derattizzazione.
Nel chiostro, Comare Inese risanò Gerundo con preghiera alli Santi, e il gruppo riuscì a riprendere la strada maestra.
Ora avevano capito di aver equivocato le tracce: non marzial formazione mercenaria, ma processione di pii monaci partiti dall'Abbazia e diretti oltre il ponte come loro.
Dipartiron dallo monastero per tornar sulla retta via della missione affidata.

Senza più tema e timor di spiacevoli incontri procedetter veloci (per quanto consentito dal vecchissimo e cocciuto mulo Juanin).
Anche la processione, nel suo lento incedere, fece tappa presso cippo votivo, perdendo terreno, e fu raggiunta.
Si trattava dei famigerati Flagellanti di San Mazziato. Smunti monaci che flagellan la propria schiena e deretano salmodiando odi allo Santo, mondandosi da peccati e tentazioni con dolore e mortificazion della carne.
Uno spettacolo da lasciar perplessi.
Li monaci però vider gli avventurieri appresso e le lor armi (forse bramando qualche mazzata?) e lieti dell'incontro chieser loro di far da scorta all'inceder processionario in modo da protegger dalli mali e soprattutto dalli banditi et lestofanti eventuali lungo la via.
Non soldo e pecunia, ma santa benedizione era la loro unica merce di scambio.
Poco apprezzata invero.
Giunsero così allo Ponte della Masca, che permetteva di superare le bizzose acque del fiume Bromida poco dopo che vi affluiva lo torrente Schifia.
Nella bruma dello meriggio, secche figure umane si stagliavan dall'altro lato di quel loco nebbioso: la Ghenga del Guercio.
Il Guercio in carne et ossa andò incontro garantendo sicurezza di varcar il confine tra i feudi, in cambio di moneta.
Un pedaggio abusivo. Un abuso pedante.
Falsa cortesia mascarata in guisa di minaccia.
"Ecco...ecco li sordi, mo te pagamo.." Si avvicinò Comare Inese rovistando in bisaccia in atto di pagar pegno.
Non fu moneta che estrasse però.
Bensì insidioso e ruvido mattarello di legno, che appunto legnò, rapido e inaspettato sul cranio dello Guercio.
Gerundo, senza attender altro segnale, lo issa oltre il pietral parapetto e come fastidiosa zavorra lo va andar a gustar l'acqua fria dello Bromida.
Lo Guercio urla "non sapo nuotar!" e i suoi sgherri lesti tendon corda come si tende mano a moribondo.
Gli uomini del Duca-Conte accorron per aiutar ma invece gettan in acqua anche loro.
Questo è troppo per li sgherri restanti.

Come uso nel Regno di Taglia, si passa alle mani.

Imponente rissa deflagra sullo ponte, con la procession di monaci attoniti e quasi tentati di assaggiar mazzate pure loro.
Senza l'abile capo però, la ghenga del Guercio presto capitola tra manrovesci e sagaci mosse speciali e vien pur derubata.

Superato l'ostacolo, la scorta ai Flagellanti prosegue fin alle porte di Roccamafalda, dove Padre Crispino ringrazia e benedice le canaglie, che proseguon verso l'imminente Novi Lugubre.
I cuori aumentati di santità.
Le tasche aumentate di monete.
...Le taglie aumentate per rissa impropria e sospetto affogamento.

mercoledì 9 ottobre 2024

CHI TROVA UN FALSARIO..TROVA UN TESORO (1)

CAPITOLO 1 - Una missione facile facile


Giorni di liete libagioni erano trascorsi dalla presa di Rocca Malpresa.
Le canaglie poltrivano ma lo Duca-Conte PierMatteo Barambani Ettore Cobram II fremeva per riparare e tirare a lucido la Rocca e soprattutto il covo nascosto nei sotterranei.
Voleva allestire laboratori di falsificazione, una forgia e la distilleria per rilanciare tutti i loschi traffici di una ghenga per bene, e per farlo aveva in mente una persona in particolare.
Ma la situazione della banda non era florida.

Pietro Pietri detto Pìlloro era stato inviato a cercare nuovi valenti Fratelli di Taglia ma s'era dato alla macchia, piuttosto che consumar lo matrimonio con la santa donna Comare Inese.
Ganassa era sparita. Si vociferava in fuga da un cacciatore di EquiTaglia.
Convocò Comare Inese e Pacioso al maniero, presentando loro due nuovi aspiranti membri della favolosa cricca di Roccasecca:
il Dott.Pio Magnaguai, un inquietante gobbo dagli strani poteri, e un uomo che era forse più tarchiato che alto, quasi nano, dal torace come un barile. Tale Gerundo, la cui parlata lasciava chiaramente capire l'origine galaverniana
Nonostante l'aspetto il Gerundo si diceva non solo esperto bottaio ma anche nell'arte di menare.

Quei due relitti umani erano gli unici due trovati dal Pìlloro nella sua missione.

Dopo lo sconcerto nell'apprender di tali nuovi Fratelli di Taglia, la banda ascoltò lo favellar del Duca-Conte e la noiosa spiegazione della nuova importante missione.
Dovevano ritrovare Ugo da Volturnia, espertissimo falsario e artigiano e progettista che avrebbe reso perfetto il loro covo.
L'uomo, già al soldo del Duca-Conte, era stato l'unico al corrente del suo piano di fingersi morto, ed era fuggito prima che la Rocca cadesse preda dei banditi.
Si sospettava avesse trovato asilo nel cupo borgo di Novi Lugubre, dove aveva un contatto: tal Bragallo Senzaterra.
Riportare il Volturniese era quindi imperativo per uno florido rifiorir dei traffici della banda.

Come ultimo avviso, il nobile(?) padrone chiese un piccolo lavoretto complementare: ritrovare o aver notizie dello Mostro di Roccasecca, la povera creatura deforme dallo scarso intelletto fuggita nell'assedio di riconquista del maniero. Per quanto scomodo era pur sempre un parente del ceppo dei Barambani-Cobram.

Le quattro canaglie approfittaron degli agi del maniero e gozzovigliarono (quasi solo il Gerundo, invero) a sbafo, e dopo una notte difficile per lo russar di naso e di deretano del grezzo bottaio, all'alba caricarono il prode mulo Juanin coi loro miseri averi e partirono per l'insidiosa Novi Lugubre.
Attraversarono i sobborghi di Roccasecca tra le occhiatacce e il mormorar del popolino che adocchiava la strana combriccola, soprattutto il gobbo, creatura temuta et disprezzata allo equal modo.
La strada fangosa si dipanava nei campi, in una tiepida giornata di fine estate, e i quattro discorrevano e dissertavano rinsaldando la loro conoscenza e fratellanza, anche fosse a suon di insulti e disprezzo.

La prima tappa era il Ponte della Masca, che oltrepassava corso d'acqua facente confine tra il feudo di Acque Marce e quello di Viavada e Novi Lugubre, e certamente avrebbe comportato dazi e fastidi. 
All'imbrunir ancora il ponte non si vedeva, ma la tenue luce di lanterne illuminava la facciata scrostata di una locanda.
La taverna "A un tiro di Sputo"
Lo stanco gruppo di viandanti mise Juanin nella stalla ed entrò per trovar ristoro e riparo.
Un duro contrattar portò ad una vantaggiosa cena, e la traccia era giusta perchè la cameriera ricordava che Ugo era trasito da li.

La libagione non era malaccio, e la compagnia neppure visto che un chiassoso gruppo di canaglie stava giocando a Minchiate, popolar gioco d'azzardo conosciuto e diffuso in tutte le sue varianti nel Regno di Taglia.
Anche due dei nostri si uniron ben presto alla tenzone.
Ma dove c'è azzardo c'è rischio.
E dove c'è rischio ci sono guai.
E Pacioso, barando a più non posso, vinse qualche mano senza destar sospetti, ma altrettanto non fece uno degli avversari, un barbuto butterato dall'alito di pollo marcio che fu sorpreso proprio dal Pacioso a sostituir le carte.
Volò il tavolo, come fosse tovaglia.
E volaron improperi a condir la rissa esplosa come bocconata di grappa spruzzata sullo foco.
Volaron brodaglie e ciotole, manrovesci e minacce.
Comare Inese brandì una cadrega come arma ancestrale, mentre Gerundo, per quanto basso era piantato a terra come robusta quercia e mulinava schiaffoni a destra e mancina.
Pacioso slacciò le brache ad un marrano facendolo incespicare, mentre il Dottor Pio sbucava da sotto uno tavolo a colpir lo stolto.
Quando con terrificanti bestemmie l'Oste, che prese a lanciar salami come temibili quadrelli, tentò di porre fine alla guerriglia, il baro e i suoi soci erano già a terra, uno persin defenestrato.

Come era uso in tutto il regno, gli sconfitti pagaron pure i danni, e il gruppo guadagnò un lor cimelio.
Niente di meglio che un po' di movimento per andar tra le braccia di morfeo e ripartir riposati e lividi il giorno dopo.
Al mattin ripartirono, non dopo aver preso altre informazioni sul Ponte su Novi Lugubre dall'Oste, incassando anche il suo benaugurio a San Culone.